GIUGNO 2018


BIOCELEBRAZIONE EUCARISTICA
PA.PA.TRA.MA.

La Parola (PA.), la Patristica (PA.), la Tradizione (TRA.) e il Magistero (MA.) sono i quattro pilastri su cui poggia la Chiesa Cattolica. Quella che seguirà è un’illustrazione dei vari momenti nei quali si articola la Santa Messa. Non vuole essere una spiegazione quanto una proiezione che, alla luce delle conoscenze del passato, desidera agganciarsi al sapere dei nostri giorni utilizzando categorie linguistiche proprie della teologia e dell’arte medica.

א RITI INTRODUTTIVI O D’INGRESSO Le campane, Processione d’ingresso, Bacio dell’Altare, Incensamento dell’Altare, Segno della croce, Atto penitenziale, Gloria, Colletta o preghiera di apertura. Insieme ad Adamo ed Eva in cammino verso l’Altare eucaristico.
ב LITURGIA DELLA PAROLA Letture e salmo, Alleluia o canto al Vangelo, Vangelo e omelia, Il Credo, Preghiera dei fedeli o preghiera universale. Dalla tradizione orale ebraica ai testi canonici della Chiesa Cattolica.
ג LITURGIA EUCARISTICA Riti di offertorio, Presentazione del Pane e del Vino, Preghiera eucaristica, Epiclesi e Consacrazione, Anamnesi e seconda epiclesi, Intercessioni e dossologia, Riti di Comunione (Preghiera di Gesù, Preghiera e rito della Pace, Frazione del Pane), Digiuno eucaristico, Specie eucaristiche, Rituale della Comunione sacramentale, Benedictus, Magnificat. Dalla creazione dal nulla, del cielo, della terra e di quanto è in essi contenuto alla procreazione del corpo dell’uomo fino al suo compimento, alla Ri-creazione e Ri-generazione del creato nel Corpo Mistico di Cristo. Il fedele sacramentato scopre di essere a tutti gli effetti una cellula irripetibile di tale Corpo al servizio dell’Amore totalizzante e incondizionato di Cristo, riconoscendo nel prossimo un fratello e una sorella.
ד RITI DI CONCLUSIONE Benedizione, Invio, Bacio dell’Altare. Dal Corpo Mistico alla Comunione senza fine quale incorporazione in Cristo di tutti gli uomini e le donne amati dalla Verità.
ה CENNI AD ALCUNI ELEMENTI LITURGICI E STRUTTURALI Iconografia del Crocefisso, Fonte battesimale, Acquasantiera, Tabernacolo, Ambone, Portale, Porta santa. Sul valore spirituale di alcuni simboli e strutture che caratterizzano gli edifici ecclesiali di ogni tempo.

Con il carattere corsivo l’autore ha voluto esprimere il suo commento personale, facendo ricorso a un linguaggio non propriamente convenzionale riguardo la terminologia ecclesiale classica purtuttavia ritenuto idoneo a trasmettere alcuni contenuti celati della Santa Messa.

Partecipare alla Santa Messa è l’atto più elevato che una persona possa compiere sulla Terra. Prendere parte attiva ai suoi momenti costitutivi che culminano nella santa Comunione significa difatti sperimentare nella condizione esistenziale umana della propria carne, le dinamiche proprie del Corpo Mistico. La frequentazione quotidiana inviterà il fedele a pensare e ad agire sempre più secondo l’intenzionalità di Dio e sempre meno in ubbidienza alla propria. Si viene ad instaurare un vero e proprio dialogo intimo mediato dallo Spirito Santo tra anima, corpo e psiche con il sociale, nella comunione degli angeli e dei santi. La parte immortale della persona costituita dall’intelletto, dalla memoria e dall’affettività dell’anima entrano nella Santa Messa in dialogo armonico con l’intelletto, la memoria e l’affettività della sua corporeità che si fondono sulle cellule neuronali munite dei dendriti ed i loro assoni e sui miocardiociti da lavoro e specifici del cuore. Nella Celebrazione nulla avviene per caso, rivestendo ogni realtà un valore ben preciso, come i gesti, gli oggetti, i profumi, le Specie eucaristiche, i segni, i paramenti, le ombre, i tessuti, i colori, l’architettura, i silenzi, i rosoni, i portali, le vetrate, le icone, il buio, le statue, i quadri, la musica, i canti e le luci.
Se si chiedesse a un discepolo di Cristo chi è, da dove viene e dove va, una risposta potrebbe essere la seguente: Sono un alto ufficiale dello Spirito in cammino di santità, figlio del Dio Altissimo e di Maria Santissima Madre Universale, che in Gesù riconosce il Re supremo dei Cieli e della Terra. Nel Suo Corpo e nel Suo Sangue tutti gli uomini della terra sono diventati miei consanguinei, fratelli e sorelle di un Unico Padre e di una sola Madre. A ciascun nome ricevuto dagli uomini andrebbe pertanto anteposto il Suo Nome nelle versioni maschile e femminile di: Natale, Emanuele, Salvatore e Pasquale. Sono un alto ufficiale dello Spirito nello stato nomade della vita, proveniente dalla vecchia terra degli zigoti, dal lontano paese degli azimi e diretto alla patria dei lieviti, verso il paese del “Corpo lievitato”. La forza sacramentale esercita su di me un effetto continuo di trasformazione dalla condizione indefinita di figlio di Dio a quella di figlia di Dio Padre, sposa dello Spirito Santo e madre del Suo Unigenito. Sono diretto verso una Terra nuova con Cieli nuovi, dove non saranno più la fatica, il lamento e il sudore sulla fronte ad accompagnare il lavoro dell’uomo. Tale Patria può già essere pregustata sulla Terra attraverso i frutti che il Sacerdote presenta e offre sull’Altare per il Sacrificio espiatorio di Cristo. Una volta entrati nella nuova Terra, il solo nutrimento necessario per vivere sarà il latte purissimo offerto dalla Regina Madre e da Lei distribuito a ciascun figlio e figlia nel più profondo silenzio del più abissale Amore. A questa vivanda di consolazione e soddisfazione si accompagnerà il miele, la Parola purissima di Dio che gli angeli e i santi senza tregua trasmetteranno attingendo il nettare e la melata che sgorgano dal Sacro Cuore del Salvatore. Non saranno più necessari cacciagioni, allevamenti, colture o altre bevande appetitose, poiché saranno la gloria di Dio e la lampada dell’Agnello a illuminare permanentemente dal profondo gli abitanti di tale Patria mentre un fiume d’Acqua viva con alberi traboccanti di vita ai suoi bordi, irrorerà per l’Eternità mente e cuore dei suoi cittadini.

RITI INTRODUTTIVI O DI INGRESSO

LE CAMPANE
Servono ad annunciare fuori delle mura dell’edificio ecclesiale quanto a breve si svolgerà al suo interno. È il corpo della campana a vibrare ogni qualvolta il battacchio di ferro percuote internamente o esternamente le sue pareti, solitamente bronzee. Possono essere suonate a distesa o a martello o, ancora mediante un’armonica sincronizzazione dei due sistemi. Il suono delle campane scandisce il tempo che, unitamente allo spazio, costituisce un prezioso strumento della creazione, invitando i passanti a entrare in una dimensione inusuale dove tempo e spazio si fondono per armonizzarsi con l’Eterno.

PROCESSIONE D’INGRESSO
È un tragitto dal potente valore simbolico che dalla sagrestia conduce all’Altare; dall’alba della creazione al suo pieno compimento nella ri-creazione, ri-generazione e ri-capitolazione in Cristo di tutte le cose visibili e invisibili; dal luogo della vestizione e della preparazione degli oggetti che saranno utilizzati per la Celebrazione, al luogo della purificazione, dell’offerta e del Sacrificio espiatorio; dal punto d’inizio della vita all’area consacrata alla sua Crocifissione e Morte che in Cristo, il Vivente, sfoceranno nella Resurrezione e Ascensione al Cielo. Il Celebrante vestito dei paramenti sacerdotali, da solo o insieme ad altri concelebranti a seconda del rito, ripercorre ad ogni Santa Messa tale emblematica distanza dall’alto della dignità che gli è stata conferita quale ministro del Chiesa, portandosi a rivivere i giorni del Triduo Pasquale, preludio della Resurrezione, dell’Ascensione e della Seconda Venuta di Cristo.

BACIO DELL’ALTARE
Giunto sull’Altare il ministro consacrato si troverà, nelle varie fasi della Celebrazione, ora sul Cenacolo e ora sul Golgota e, baciando il piano d’appoggio superiore dell’Altare, riconosce il ruolo privilegiato da lui rivestito nel rapporto con il Sacrificio divino e con la Persona di Cristo. La costruzione dell’Altare è pertanto molto rappresentativa e, posizionata all’interno della Chiesa, si erge sul pavimento in stretta connessione e continuità con esso da risultarne pressoché irremovibile. L’Altare, ancor prima del Cenacolo e del Golgota, è difatti la Persona di Cristo, il Suo trofoblasto che unitamente all’embrioblasto sono il fondamento e l’apice di tutte le cose visibili e invisibili. Il sacerdote dunque bacia Cristo nella pienezza della Sua Venuta sulla Terra e, a nome dell’intera assemblea, in Persona Christi, si troverà al momento della Consacrazione nel Cenacolo, luogo dell’ultima Cena. È questa una stanza collocata al piano superiore della casa dove, il giovedì santo, Gesù istituì con i dodici apostoli l’Eucarestia profetizzando il Sacrificio espiatorio che da lì a breve si sarebbe consumato sul Golgota, Calvario in latino, Golgota in ebraico. In entrambi i casi la morte di Cristo sul Monte del Cranio rimanda al giudizio di condanna decretato nei Suoi confronti dalla regione anatomica più elevata e insigne di una persona, che è la sua testa. In tutti gli edifici ecclesiali consacrati: la Persona di Cristo, il Cenacolo e il Golgota si identificano con l’Altare e il bacio dato dal sacerdote è in onore di Cristo in una sintesi storica, metastorica e spirituale che continua ad attualizzarsi ad ogni Celebrazione. Nella parte più interna dell’Altare è generalmente custodita la reliquia di un santo. Il secondo gesto che il celebrante compirà sarà il segno della Croce e, il terzo gesto, il saluto della Pace nel rivolgersi all’assemblea.

SEGNO DELLA CROCE
Ogni cosa all’interno della celebrazione ha inizio e fine con il segno di Croce. Le origini di tale atto risalgono a Nazareth allorquando, al momento dell’Incarnazione del Verbo eternamente generato dal Padre, Gesù zigote venne al mondo assumendo la forma di un’unica cellula costituita da ventidue coppie di Croci viventi, oggi conosciute con il nome di cromosomi. Tale numerosa famiglia di corpi colorati prese vita e crebbe nel corpo immacolato di Maria e, moltiplicandosi di numero ad ogni divisione cellulare, diede forma a Gesù embrione, feto, bambino, adolescente e al Cristo del Golgota che conobbe e vinse definitivamente la morte. A Betlemme il segno di Croce si manifestò ad uno stadio ulteriormente avanzato, palesandosi ai pastori e ai Magi giunti nella grotta sotto forma di un infante provvisto delle fisiologiche decussazioni corporee o croci anatomiche, quali chiasma ottico, decussazione piramidale e legamenti crociati del ginocchio. Agli egiziani del tempo il segno di Croce apparve con le sembianze di un bambino salvato dai Suoi genitori in fuga. Agli ebrei e ai palestinesi che vissero sotto la giurisdizione di Pilato si manifestò come Rabbi. La Croce anatomica della Persona di Gesù si rivelò infine sul Golgota Crocefissa, quale manifestazione conclusiva pasquale dell’intera opera di Redenzione e Salvezza dell’umanità. Il Crocefisso oltraggiato, coronato di spine, sputato, inchiodato, insultato, innalzato e trafitto, spirò il venerdì santo alle tre del pomeriggio sulla croce lignea piantata sul monte del Cranio. Il medesimo Crocefisso continuerà a spirare in modo incruento, ad ogni Consacrazione, sugli Altari eucaristici di tutto il mondo. Staccato dal patibolo e dall’asse verticale del legno, fu deposto sul Grembo immacolato di Maria e adagiato, per mezzo della seconda Deposizione nel sepolcro nuovo di Giuseppe di Arimatea, membro esimio del Sinedrio che questi aveva fatto scavare nella roccia poco distante. Ciascun comunicando diviene simbolo di quel sepolcro nuovo, così come del Tabernacolo della Chiesa. Ogni uomo, in particolare il fedele sacramentato, sulla scorta di tale testimonianza sarà invitato difatti a scavare nella roccia più coriacea del suo cuore di pietra se vorrà ricevere Cristo. È proprio lì che il Corpo esanime del Signore si adagia puntualmente nella Comunione sacramentale aprendo il cuore del fedele trasformato in carne e liberando dagli inferi le anime in attesa della Resurrezione. Il Corpo glorioso del Risorto, con impressi i segni della crocifissione, non tarderà ad apparire per successivi quaranta giorni manifestandosi e confermando nella fede discepoli e apostoli, i Suoi Nuovi fedeli della quotidianità della vita. La medesima Croce gloriosa sarà elevata da terra con l’Ascensione e diverrà la Croce gloriosa del Figlio Unigenito che siede alla destra del Padre Celeste, nella Potenza dello Spirito Santo, in attesa della Sua ultima e gloriosa Seconda Venuta. La Croce lignea è dunque l’elemento a prima vista inanimato di questa catena di eventi, particolarmente odiata dal maligno in quanto costituisce il momento culminante dell’Opera di Redenzione che ha offerto all’umanità intera la Salvezza universale, con Gesù inchiodato su di essa. Nelle fibre di cellulosa di quel sacratissimo tessuto, sintesi mirabile del regno vegetale è stato crocefisso nel Corpo di Cristo anche l’intero regno animale attraverso i tre chiodi che rimandano al regno minerale. I tre regni, che nella prima creazione apparivano così diversificati e in conflitto tra loro, si ritrovano ora perfettamente riunificati in Cristo, pronti a partecipare alla Resurrezione e alla Ricapitolazione finale del creato secondo la tipizzazione tassonomica che caratterizzerà ciascuno di essi.
Ad ogni Santa Messa si attualizza pertanto, nella breve parentesi temporo-spaziale in cui si celebra, l’intero Sacrificio espiatorio compiuto da Cristo sul Golgota e la totale Ricapitolazione del creato nella Sua Resurrezione, Ascensione e Seconda Venuta. Questi ultimi tre avvenimenti rivestono una valenza storica, metastorica e spirituale senza precedenti il che vale a dire che, pur realizzandosi di fatto in ottemperanza alle leggi che governano la prima creazione, continuano a perpetuarsi spiritualmente e misticamente nella Nuova dimensione del Presente Eterno di Dio. Per cui l’opera di Gesù non si ferma all’Ascensione e alla Sua Persona Gloriosa che siede immobile alla destra del Padre ma continua, in maniera pressoché ininterrotta, mediante l’Eucarestia, come una prima interminabile volta nella quale la Morte viene reiteratamente sconfitta dalla Resurrezione. Come sarà detto in seguito, il momento dell’immolazione di Cristo è il culmine della Celebrazione, attuandosi in modo progressivo sin dalle sue radici lungo il percorso che dalla Sagrestia conduce all’Altare, dall’orto del Getsemani al pretorio, culminando nella crocifissione sul monte Calvario. Gesù ripercorre di fatto, nella persona del celebrante, tutte le tappe che furono necessarie per acquisire i meriti e le grazie per la Salvezza dell’umanità al fine di donare ad essa, ad ogni Santa Messa, la Vita eterna. Gesù si fa a tal fine presente con la Sua gloriosa Persona Risorta, Ascesa al Cielo e Discesa sulla Terra nelle Specie eucaristiche, nella persona del sacerdote quale apice e compimento della prima creazione dei viventi in questa nuova ri-creazione e ri-generazione del creato. Si rende presente nelle Specie eucaristiche e nell’Altare in quanto Lui, compimento di tutto ciò che esiste, riporta l’intera creazione nel Grembo magnificato di Sua Madre, connettendola al esso per mezzo del cordone ombelicale sacramentale. «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 3). L’applicazione dei meriti e la distribuzione delle grazie che hanno avuto origine e continuano a sgorgare dal Sacrificio eucaristico, hanno potuto aver luogo grazie alla presenza di San Giovanni, l’unico tra gli apostoli ad avere presenziato ai piedi della Croce ai santi Misteri di Morte e Deposizione del Signore. Il servizio sacerdotale svolto dall’Apostolo del Cuore di Dio, intriso di candida fedeltà e schietta eroicità, ha consacrato questi due momenti propedeutici per la Resurrezione avendo Maria santissima, immobile al suo fianco, quale Patena e Calice pietrificato e vivente della Nuova ed Eterna Alleanza. Quanto detto si è realizzato e continua ad attualizzarsi, ad ogni Celebrazione, nella più profonda ed intima Comunione di uomini, angeli e santi, determinando prodigiosamente la crescita e lo sviluppo del Corpo Mistico all’interno del Grembo dell’Assunta, L’Utero di Dio e dell’intero creato.

INCENSAMENTO DELL’ALTARE
L’offerta del fumo e del profumo dell’incenso sono dunque in onore e in segno di adorazione di Dio Re, Dio Altare, Dio Vittima sacrificale e Dio Sacerdote. Questi due segni rimandano alla presenza veterotestamentaria di Dio nella nuvola con il Suo profumo di Verità. L’offerta di Gesù quale Vittima sacrificale è l’unica che risulti gradita al Padre Celeste. Tutte le altre offerte relative ad animali o prodotti della terra, non furono altro che la prefigurazione di questo Unico e Perfetto Santo Sacrificio di Esplosione trinitaria di Amore per l’uomo. La nuvola di incenso, dovuta alla combustione di questa esilarante oleoresina dall’odore inconfondibile, dà soddisfazione pertanto con la sua sinuosa e ondeggiante salita verso l’alto agli organi della vista e dell’olfatto dei fedeli che prendono parte alla Celebrazione e ne riempie il cuore di gioia.

ATTO PENITENZIALE
Il celebrante invita i fedeli a compiere un breve esame di coscienza e a chiedere il pentimento dei peccati veniali che non è stato possibile confessare in precedenza. Si utilizzano varie formule al termine delle quali segue l’assoluzione generale. Quest’ultima non sostituisce l’assoluzione sacramentale individuale che ogni confessando, allorquando ne sussistano le condizioni, riceve nella parte finale del sacramento. Tale assoluzione prevista nel rito, a prescindere dalla sua reale attualizzazione, andrebbe considerata come un’implorazione di perdono rivolta a Dio Padre, nella gratitudine dell’infinita Misericordia che Cristo il Suo Unigenito ha riversato sull’umanità e con la consapevolezza di essere tutti peccatori e dunque indistintamente tanto bisognosi di perdono per poterci accostare ai santi Misteri che si realizzano nella Celebrazione. In vista di tale grandezza incommensurabile quanto incomprensibili, i fedeli che sanno di essere in peccato grave sono invitati a confessarsi prima o subito dopo la Celebrazione. Solo in confessionale si ha difatti la certezza di venire definitivamente liberati dai propri peccati in forza dell’assoluzione sacramentale e, soltanto con tale certezza ci si potrà accostare al sacramento dell’Eucarestia. Questa premessa è fondamentale in particolare per il comunicando, dal momento che questi diviene il testimone vivente della Seconda Venuta di Gesù non più soltanto quale promessa quanto come concretizzazione liturgica e sacramentale del Suo Corpo e Sangue realmente presenti nella santa Comunione distribuita ai fedeli. Come sarà detto nel paragrafo dedicato alla “Frazione del Pane”, al momento dell’ostensione dell’Ostia spezzata, il sacerdote nell’elevarla proclama la Beatitudine a favore dei commensali: «Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». A questo punto l’assemblea riecheggia le parole del centurione romano: «O Signore, non sono degno di partecipare alla Tua Mensa, ma dì soltanto una Parola e io sarò salvato». In tale replica, unitamente al sentimento d’indegnità, il comunicando conferma con la sua risposta la consapevolezza di non essere più una semplice recluta bensì un alto ufficiale che, al servizio dello Spirito Santo è chiamato a rivestire un ruolo di elevata responsabilità nella Grande Missione di Salvezza universale operata da Cristo. Come il Centurione nell’esercito romano, così il comunicando del “Corpo speciale dello Spirito” viene rivestito di grandi e particolareggiate responsabilità, in quanto a capo di una centuria di anime o di un manipolo o addirittura di una coorte, quest’ultima era composta nell’esercito del tempo da un numero di uomini oscillante da 300 a 600. Il centurione dell’episodio evangelico non chiede a Gesù la guarigione personale o quella di un suo familiare, bensì quella del servo fedele che giaceva nella sua casa paralizzato e che soffriva terribilmente. Così il fedele che riceve il Corpo e il Sangue di Cristo intercederà per le anime a lui affidate affinché possano entrare nella Vita Eterna di Cristo, alzandosi e rimettendosi in cammino. L’alto ufficiale, nel riconoscere e confessare la divina regalità di Gesù, pur avvezzo a sostenere incontri con le alte cariche militari dello Stato imperiale del suo tempo, non si ritiene tuttavia degno di riceverlo sotto il tetto della sua casa. È questa professione di fede ad animare il fedele sacramentato, consapevole di beneficiare per grazia di questa Forza sovrannaturale che gli consentirà di ricevere, per sé e per le anime a lui affidate, non più soltanto la Parola ma il Corpo e il Sangue di Cristo Crocefisso. Entrato in queste sublimi dinamiche spirituali il comunicando potrà giungere ad amare il prossimo comprendendo in tale amore sovrannaturale gli stessi nemici. Con tale dignità sacramentale questo “Servo altamente graduato”, a servizio del Grande Re, riceverà sulle sue labbra Gesù Eucarestia, accogliendone l’ingresso trionfale mediante l’apertura della sua bocca divenuta “Porta eucaristica”. «[…] [6] Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. [7] Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. [8] Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia. [9] Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. [10] Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria». (Sal 24, 6- 10). Collocata nel superattico craniale  dell’edificio corporeo, la porta antica di ciascun comunicando fa sì che Gesù sacramentato entri e guarisca tutte le anime bisognose e fedeli, giacenti sofferenti all’interno di quella casa, che la Misericordia di Dio ha loro sapientemente destinato.

IL GLORIA
Si proclama o si canta a seconda del periodo dell’anno liturgico in cui ci si trova, ad eccezione dei tempi d’Avvento e di Quaresima nei quali viene omesso in accordo con la tradizione della Chiesa latina che considera queste due stagioni forti e di tipo penitenziale. Originariamente si intonava il Credo all’aurora, al termine delle veglie notturne. È una preghiera antichissima che esordisce con le medesime parole di lode che gli angeli espressero a Betlemme la notte di Natale, quale manifestazione di giubilo nel vedere compiuto il travagliato percorso intrauterino che dal concepimento a Nazareth aveva portato il Dio Increato a nascere in una grotta. Nel Gloria il coro umano e il coro celeste inneggiano all’unisono in una sola lode in onore del Dio Uno e Trino.

COLLETTA O PREGHIERA DI APERTURA
Il contenuto della colletta è una formulazione semplice e sintetica che mette a fuoco il cuore del messaggio evangelico. Tale enunciazione raccoglie e trasmette in modo lapidario il senso di quanto a breve si andrà a proclamare. Tale preghiera è in ogni caso  arricchita da tematiche inerenti la stagione liturgica che si sta attraversando.

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE E SALMO
L’anno liturgico scandisce la sequenza con cui le letture verranno proposte ai fedeli nel corso dei dodici mesi. Sarebbe auspicabile dedicare ciascun mese ad un Apostolo particolare associato ad una specifica Tribù di Israele, per avere sempre più vivi i loro nomi e ruoli nel cuore del fedele. Le singole letture non sono mai scelte a caso così come non lo sono i salmi responsoriali ad esse abbinati. Il ciclo liturgico viene identificato dalle lettere A, B e C. L’anno A prevede che la maggior parte dei testi sia tratta dal Vangelo di Matteo, l’anno B da quello di Marco e l’anno C dal Vangelo di Luca. Il lezionario è il grande libro che raccoglie i brani della Scrittura da leggere nel corso dei tre anni. Un fedele che abbia deciso di partecipare alla Santa Messa quotidiana conseguirà alla fine del triennio una conoscenza pressoché completa e sistematica dei principali brani della Bibbia relativi all’Antico e al Nuovo Testamento.
Il salmo responsoriale è scelto sapientemente tra i centocinquanta dell’omonimo libro che li raggruppa. A partire dal salmo 9 si è venuta a creare tra il testo originale ebraico masoretico e le versioni greca e latina, una differenza di numerazione. Le traduzioni moderne generalmente le indicano entrambe, mettendo una delle due fra parentesi. L’intera raccolta prende il nome di Libro dei salmi o Salterio. Il contenuto di ciascun salmo è generalmente in linea con il tema della prima lettura di cui costituisce una continuazione sotto forma di preghiera personale, comunitaria, di fiducia, di ringraziamento, di ravvedimento, di adorazione, di angoscia o di insegnamento.
Entrambi, letture e salmi, svolgono la delicata funzione di istruire il fedele e di predisporre la sua anima ad entrare umilmente, ma con l’autorità di un alto funzionario dello Spirito, nel cuore della Celebrazione. Con tali premesse è possibile ricevere meno indegnamente la santa Comunione per sé e per quanti, sofferenti e paralitici nell’anima, saranno stati affidati alla carità della casa corporea di ciascun comunicando. Nel Pane azimo, nell’Acque e nel Vino della Nuova ed Eterna Alleanza ha difatti inizio per l’anima una Nuova gestazione spirituale all’interno del Grembo della Santa Vergine, Madre di Dio e di tutti gli uomini quali cellule del Corpo di Cristo e dunque Sua Carne. 

ALLELUIA O CANTO AL VANGELO
È un inno di lode a Dio nel quale si esprime tutta la gioia e la riconoscenza del celebrante e dell’assemblea per avere ricevuto in dono la vita, unitamente alla terra fisica e alla terra corporea. Il canto è un invito affinché ciascun fedele sia reso capace di accogliere, mediante l’ascolto, la preghiera e la carità, il prodigioso seme della Buona Novella con l’esplosione di tutta la sua fecondità. Saranno i Suoi frutti a rendere la terra corporea del comunicando così fertile per potere accogliere il Pane azimo che a breve gli sarà offerto per venire masticato e ingerito per sé e per essere dato in elemosina per il suo prossimo.

VANGELO E OMELIA
Il Vangelo è ciascuno dei primi quattro libri del Nuovo Testamento. Nel loro insieme trattano dell’Annunciazione, della Gestazione intrauterina, della Nascita, della Crescita, della Predicazione, della Passione, della Morte, della Resurrezione, dell’Ascensione al Cielo e della Seconda Venuta di Gesù alla fine dei tempi. I quattro Vangeli sono equiparabili alle quattro camere cardiache del cuore umano che riflette il grande Cuore di Dio. La loro proclamazione, a motivo di tale centralità sotto un profilo di emodinamica spirituale, è indubbiamente fondamentale perché è il Cuore di Gesù a pulsare e a parlare in ogni singola lettera al cuore del fedele nel Suo incessante movimento sisto-diastolico. La posizione che si assume durante l’annuncio del brano è quella eretta, a sottolineare la determinazione a intraprendere con fiducia da subito il cammino che l’ascolto della Parola suggerirà a ciascuno. Non appena è annunciato il titolo del passo ci si segna sulla fronte, sulle labbra e sul petto. Il triplice segno di croce rappresenta un triplice sigillo sulle regioni della fronte, della bocca e dell’emitorace sinistro o in regione epigastrica a seconda delle consuetudini, a sancire l’origine trinitaria corporea della persona umana.  Il fedele con tale atto conferma la sua figliolanza divina e la necessità del costante aiuto divino Paterno, Materno e Filiale per accogliere e comunicare al prossimo attraverso la mente, le labbra e il cuore la Parola dell’Unigenito nella potenza dello Spirito Santo.
L’omelia o predica, per quanto non necessaria, è un importante contributo che il celebrante può e, se prescritta, deve rivolgere ai fedeli nell’ufficio di Pastore al servizio ministeriale del suo gregge. Attraverso l’omelia, senza mai divagare, andrebbero messi in risalto i significati nascosti e reconditi che si celano nel Brano evangelico e nelle Letture. In ogni caso dovrebbe focalizzare l’attenzione sul messaggio onnipresente dell’Amore di Dio che permea qualsivoglia contesto Vetero e Neotestamentario. La Parola, דבר in ebraico, λόγος in greco e Verbum in latino, nel significato dell’originale ebraico (dabàr) realizza puntualmente nel momento in cui la si pronuncia quello che esprime, conservando in sé la potenza dell’atto creativo. La Chiesa latina ha mantenuto nel linguaggio teologico la traduzione della Volgata di san Girolamo, indicando con Verbum la Seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo di Dio, equivalente al Logos di Dio della Chiesa greca e al Dabàr di Dio della Torah che in Cristo, Via, Verità e Vita ha conseguito il Suo compimento.

IL CREDO
Esistono due distinte formule per recitarlo, quella breve costituisce il testo più antico che risale al II° secolo, anche detto: “Simbolo apostolico”. La forma più estesa è un arricchimento teologico di questa prima formulazione, impreziosita dalle affermazioni cristologiche e dogmatiche sullo Spirito Santo emerse nel Concilio ecumenico di Nicea e nel primo concilio ecumenico di Costantinopoli. Entrambi i documenti rappresentano una dichiarazione sintetica e solenne delle principali Verità della fede cattolica. La recita del Credo svolge difatti la funzione di fortificare il fedele nella vita di tutti i giorni sostenendolo nella sua crescita spirituale e conformarlo ad una partecipazione più coinvolgente e consapevole nei riguardi della Celebrazione eucaristica. È detto Simbolo perché assume il significato di patto tra la Chiesa madre e il fedele suo figlio. Attraverso l’adesione perfetta ai suoi contenuti il fedele riconosce e sperimenta sulla sua persona l’integrità della Dottrina che annuncia, in quanto egli stesso costituisce una delle due parti di questa mistica tessera di riconoscimento abilmente e irregolarmente spezzata dalla Sapienza divina perché possa, con il suo apostolato, testimoniare e riconoscersi quale parte integrante della Chiesa sin dalle sue origini zigotiche. Il termine “clero” deriva dal greco κληρος, κλάω=spezzare a indicare i tre gradi dell’Ordine che sono: il diaconato, il presbiterato e l’episcopato. Essi assumono un ruolo direttivo sulla terra unitamente alla promessa che riceveranno un’eredità eterna in cielo di particolare vicinanza a Dio e al Suo infinito Amore per l’uomo. Il significato di Simbolo, inteso come patto, in riferimento al clero avviene tra Dio e l’uomo di Dio che ha risposto alla chiamata spogliandosi in vita di tutto ciò che aveva per mettersi al servizio della Chiesa. 

PREGHIERA DEI FEDELI O PREGHIERA UNIVERSALE
I fedeli che partecipano alla Celebrazione, in forza dei doni e dei compiti di cui sono investiti e rivestiti, a motivo del sacerdozio battesimale comune che hanno ricevuto, offrono a Dio la loro preghiera per la salvezza di tutti gli uomini, vivi e morti, con particolare riferimento alle anime dei più bisognosi in Purgatorio e lontani spiritualmente sulla Terra. V’è una successione ordinata nel presentare al Padre Celeste le suddette intenzioni. Essa ha inizio con la consegna dei bisogni della Chiesa universale, quale Corpo Mistico di Cristo, procede con l’esposizione dettagliata per le necessità dei governanti della Terra e per le urgenze della Chiesa locale e si conclude con la richiesta d’intercessione a favore dei fratelli che versano in particolari difficoltà. Dall’Organismo vivente nella Sua interezza che è la Chiesa universale, tale potente preghiera passa ai Suoi Organi e Tessuti differenziati che sono le Chiese locali concentrandosi, infine, ai singoli fedeli quali Sue Preziosissime e insostituibili cellule. La Preghiera universale è un momento solenne, unico e irripetibile, in cui tutte le suddette intenzioni vengono presentate a Dio con la voce del Corpo Vivo della Chiesa.

LA PREGHIERA DEI FEDELI È LO SPARTIACQUE TRA LA LITURGIA DELLA PAROLA O PARTE ISTRUTTIVA, ANCHE DETTA MESSA DEI CATECUMENI E, LA LITURGIA EUCARISTICA O PARTE SACRIFICALE. QUEST’ULTIMA ERA RISERVATA IN ORIGINE AI SOLI BATTEZZATI IN QUANTO, DA QUESTO MOMENTO IN POI, OGNI PAROLA E SINGOLO ATTO DELLA CELEBRAZIONE SARANNO FINALIZZATI AL MISTERO DEL SACRIFICIO ESPIATORIO DI GESÙ CRISTO. POICHE’ L’ASSEMBLEA CONCELEBRA INSIEME AL MINISTRO ORDINATO, DIVIENE INDISPENSABILE PER I CONCELEBRANTI ESSERE BATTEZZATI E DUNQUE INVESTITI DEL SACERDOZIO COMUNE, DEL PROFETISMO E DELLA REGALITA’ DI CRISTO.

LITURGIA EUCARISTICA

RITI DI OFFERTORIO
In questa fase della Santa Messa vengono portate al Celebrante e presentate sull’Altare al Padre Celeste le primizie della Terra, quale frutto della fatica e del lavoro dell’uomo. In tale contesto è bene puntualizzare come tutte le cose siano state create dal nulla da Dio Padre, in vista dell’Incarnazione del Suo Unigenito per la Potenza dello Spirito Santo. La fatica e il lavoro dell’uomo vanno intesi in riferimento sia all’offerta dell’Altare che alla realtà fisica e spirituale che tali primizie rappresentano per l’uomo che le ha coltivate. L’uomo possiede nella sua corporeità ed è in grado di coltivare con le sue mani l’intero creato. Il Creatore, Redentore e Salvatore di ogni uomo e dell’umanità, eternamente generato dal Padre, viene concepito di Spirito Santo nel Grembo della Santa Vergine in memoria della Creazione dal nulla, sviluppandosi al suo interno per nascere e crescere fino all’immolazione sulla Croce. Sugli Altari eucaristici viene adesso ri-presentato, nell’oggi della Celebrazione, sacramentalmente e fisicamente attraverso le Parole e le mani sacerdotali, divenendo il Suo Corpo Azimo adagiato sulla Patena e il Suo Sangue sedimentato versato nel Calice. Questi due oggetti liturgici che accolgono le Specie eucaristiche sono il segno della presenza di Maria sull’Altare della Celebrazione, di Colei che fu co-protagonista al fianco di San Giuseppe nella Grotta di Betlemme nella nascita di Gesù e che fu co-protagonista al fianco dell’Apostolo Giovanni sul Golgota nel momento della Sua morte. Il pane azimo rimanda al processo di panificazione in assenza di lievito che a sua volta rimanda alla fecondazione del gamete femminile umano da parte di quello maschile nella genesi dello zigote. Nel genoma di una cellula zigote c’è tutto l’organismo umano che sarà via via decodificato, così come in ogni minuscolo Frammento eucaristico c’è tutto il Corpo di Cristo immolato sul Golgota che assume la condizione di ciascun uomo da redimere a questo primo stadio esistenziale riportandolo all’Immacolatezza originaria. Saranno le primizie presentate all’Offertorio, una volta consacrate, ad accompagnare l’umanità dalla “Pienezza dei tempi” coincidente con la Prima Venuta di Gesù alla “Completezza redentiva e salvifica della Fine dei tempi” che si configura con la Sua Seconda Venuta nella Parusia che è già in atto. Grazie al potere trasformante che le Specie eucaristiche sono in grado di produrre agendo nei corpi, nell’anima e nella vita di relazione visibile e invisibile del comunicando, l’umanità intera viene progressivamente e quotidianamente introdotta all’ottavo giorno della creazione senza più tramonto. Il termine “Pienezza dei tempi” è da intendersi difatti quale periodo storico che ha avuto inizio dal Concepimento verginale di Gesù Cristo nel Grembo immacolato di Maria, che ha assunto in Sé tutta la creazione, dando inizio con la Sua Nascita, Crescita, Morte e Resurrezione a una Nuova Era che caratterizzerà il nuovo mondo. La cosiddetta “Fine del mondo” è un processo già in atto che ha avuto inizio il giovedì santo con l’istituzione dell’Eucarestia. Dall’Annunciazione a Nazareth alla Domenica di Resurrezione a Gerusalemme, la dimensione del tempo e dello spazio si è arricchita di questa “pienezza” in previsione di questa “Fine” fondate entrambe nel Sacrificio espiatorio celebrato sugli Altari eucaristici di tutto il mondo. L’espressione “Fine dei tempi” è da intendersi pertanto quale fine dell’attuale logica del mondo fondata sull’inganno satanico, sulla debolezza umana della carne, sul peccato dell’uomo e sulla sua concupiscenza. Nella Ri-Creazione v’è l’esordio della nuova vita incentrata nel Corpo e nel Sangue di Cristo, che ridona all’umanità la sua originaria libertà in una rinnovata capacità di discernimento e illuminante visione nella lettura delle cose visibili e invisibili. Tale passaggio escatologico ha luogo nel silenzio, nell’ascolto e nella partecipazione attiva alla Celebrazione eucaristica e si renderà manifesto allorché le “primizie” che continueranno a essere offerte sull’Altare, diventeranno all’orecchio, al cuore, agli occhi, al tatto e al palato dei partecipanti al Banchetto eucaristico, delle ultimizie o tardizie. Il progressivo e inesorabile infiacchimento della Celebrazione della Santa Messa, unitamente alla scarsa partecipazione ai Sacramenti, segneranno lo spartiacque del passaggio epocale dai vecchi ai nuovi tempi. In quei giorni lo Sposo delle nozze di Cana, nella Persona di Gesù Sacramentato, o meglio nella Persona di Colui che ha dato vita e continuerà a dare nuova vita alle sei giare della creazione, in piena armonia con la Volontà del Padre, offrirà al maestro di tavola, nella persona del celebrante, il Vino migliore dal gusto e dalla fragranza eccelsi e dalla potente funzione connettiva per riportare al Cuore di Dio tutti i cuori degli uomini. Tale bevanda s’è rivestita improvvisamente di un pregio e di una ricchezza inauditi per il palesarsi del mistero che è in essa racchiuso e non certo per il cambiamento delle sue caratteristiche organolettiche. In essa è presente il Sangue espiatorio che il Dio umiliato, bistrattato, sputato e crocefisso, riserva ai commensali oramai stanchi e sfiduciati come gli operai dell’ultima ora della parabola evangelica. Quando le tardizie avranno riconquistato il ruolo di primizie nell’Offertorio, all’orecchio, al cuore, agli occhi, nella mente, nell’anima, nelle parole, nelle mani, nel cammino e nelle azioni dei sacerdoti e dei comunicandi, saranno loro a trascinare e traghettare ad ogni Celebrazione eucaristica miriadi e miriadi di anime di fratelli e sorelle in Cielo e sulla Terra nel passaggio escatologico dal settimo all’ottavo giorno della creazione. Sarà allora che Nicodemo realizzerà il significato della nascita di ogni uomo dall’alto, quando è già vecchio, vedendolo entrare una seconda volta nel Grembo di una madre che questa volta è la Madre Celeste per rinascere al Cielo con il Parto celeste. Chi è dunque il maestro di tavola se non colui che vigila attentamente sull’andamento della Festa di nozze, senza tralasciare alcun particolare? Chi è costui se non colui che pur rimanendo nell’anonimato, è giunto a dare persino indicazioni importanti affinché il Banchetto proceda per il meglio? Egli è la figura emblematica del Celebrante e dei tanti Dottori della Chiesa che in ogni epoca continuano a dar prova della loro profonda amicizia con lo Sposo della Chiesa, Gesù Cristo e con Sua Madre che rivolgendosi ai servi dice: “Fate quello che vi dirà”. Celebrante e Dottore della Chiesa possono finalmente congratularsi per la qualità eccelsa del Vino che la Chiesa-sposa ha ricevuto su comando di Cristo con sollecitazione di Maria patenizzata e calicizzata. I Celebranti e i Dottori della Chiesa sono le sentinelle dell’aurora che hanno creduto, hanno vegliato e hanno sorvegliato con cura e amore ogni cosa all’interno del Tempio, sull’esempio di Gesù. «Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània» (Mc 11,11).
Durante i riti di offertorio, in concomitanza con la presentazione dei doni dell’Altare, si conservava l’abitudine di raccogliere in un cestino le offerte in denaro destinate alle necessità della parrocchia, dei poveri e dei più bisognosi. Tale raccolta viene fatta oggi subito dopo i riti di Comunione e, a raccolta ultimata, il cestino viene posto ai piedi dell’Altare quale espressione comunitaria di quanto ciascuno dei fedeli ha deliberatamente versato, visibilmente e invisibilmente, per le necessità dei suoi fratelli e sorelle. Si tratta di un’usanza molto antica le cui modalità, pur cambiando nel tempo, hanno tuttavia mantenuto vivo il preziosissimo legame tra il piano alto dell’Altare e il piano basso che lo sorregge, prolungandosi nel pavimento dell’edificio fino a uscire  fuori dalle sue mura. Tale offerta, conosciuta con il nome di “Questua o Colletta” non va confusa con la preghiera di apertura indicata con lo stesso termine, a indicare in quest’ultimo caso un altro genere di raccolta sintetizzata in questa preghiera di inizio Celebrazione.
Ritornando ai riti di offertorio ciò che si porta sull’Altare sono i doni del pane, dell’acqua e del vino, dopodiché il Sacerdote pronuncia le stesse Parole e compie i medesimi atti che Gesù adoperò nell’ultima cena.
Prima di entrare nei dettagli è suggestivo notare come san Giovanni, l’unico tra gli apostoli ad avere assistito di persona alla Crocifissione, nonché alle sue fasi precedenti e successive, dedichi all’Eucarestia ben cinque dei ventuno capitoli che compongono il suo Vangelo. Più precisamente l’apostolo del cuore affronta tale argomento dal capitolo tredicesimo al capitolo diciassettesimo, facendo ricorso a categorie linguistiche totalmente diverse da quelle utilizzate dai tre sinottici. Difatti, le argomentazioni e i segni di cui si avvale per estrinsecare il Mistero eucaristico sono del tutto originali quali: la lavanda dei piedi; la predizione del tradimento di Giuda; la predizione del rinnegamento di Pietro; la fede e i suoi effetti; il rapporto di Gesù con il Padre; la vite e i tralci; l’amore degli uomini bisognoso di essere conformato all’Amore trinitario; l’odio del mondo; la necessità della testimonianza; il tema del Paraclito; la seconda Venuta di Gesù; la preghiera per la Sua glorificazione e infine: la preghiera per i discepoli e per la Chiesa. Questi contenuti non sembrerebbero avere, a un primo sguardo d’insieme, una reale attinenza con la Consacrazione delle Specie eucaristiche sebbene, allorquando li si esamini in profondità, costituiscano di fatto un preziosissimo e dettagliato materiale informativo assolutamente pertinente ed estremamente chiarificatore sul tema.

PRESENTAZIONE DEL PANE E DEL VINO
Prima di procedere a un’analisi particolareggiata circa la presentazione dei doni che vengono offerti sull’Altare, ci soffermeremo sulla regione destra dell’Altare dalla visuale del Celebrante, per descrivere un cerimoniale antico e solenne conosciuto come: lavabo. Esso consiste nel lavare le quattro dita di entrambe le mani e, più precisamente, l’indice e il pollice che toccheranno direttamente le Sacre Specie subito dopo la Consacrazione. Quattro dita alle quali l’arte sacra iconografica, pittorica e statuaria, ha dato nei secoli un particolare rilievo e che serviranno al Celebrante per elevare e adagiare l’Ostia, unitamente al Calice sottostante, intervenendo anche nella Frazione dell’Ostia e nella distribuzione delle Particole consacrate. Il Celebrante durante il lavabo rinnova l’atto penitenziale del Rito d’ingresso che, in tale contesto sacrificale, assume il significato di un secondo atto penitenziale e di purificazione ancora più intensi del precedente. Sui quattro polpastrelli della faccia anteriore dell’ultima falange dell’indice e del pollice di entrambe le mani vi sono difatti particolari strutture cutanee, caratterizzate da rilievi paragonabili a creste alternati a depressioni simili a solchi chiamati dermatoglifi che, a motivo della loro immutabilità nel corso della vita, permettono di identificare la singola persona a motivo della loro tipizzazione individuale, essendo unici e non uguagliabili o sovrapponibili da individuo a individuo. Il Celebrante, nell’asciugare le quattro dita inumidite delle mani appone, per mezzo delle acque, la propria firma sul manutergio e, così come Gesù scriveva sulla sabbia, vi lascia le sue impronte digitali quale sigillo di fedeltà alla creazione dell’uomo nella solenne Transustanziazione che sta per avere luogo. I dermatoglifi di cui s’è detto sono peraltro presenti sia sui polpastrelli citati come anche sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi. Nel Vangelo di Giovanni Gesù compirà il gesto della lavanda dei piedi quale segno della Sua futura e costante protezione nei riguardi del cammino e delle azioni di ogni Suo ministro ordinato, le cui impronte digitali, palmari e plantari conosce alla perfezione. Nell’asciugare i piedi, Gesù utilizzò l’asciugamano col quale si era cinto al girovita a sottolineare l’Amore viscerale fraterno, paterno e materno, che Dio dall’Eternità nutre per ciascuno dei Suoi ministri. Nella Consacrazione il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Il termine Corpo, tradotto in italiano con carne, in ebraico bâśâr= בּשׂר e in greco sarx= σάρξ, assume un significato teologico molto particolare. Il Corpo di Cristo, in senso estensivo, rappresenta la Sua Corporeità completa costituita da tutte le cellule uomo indifferenziate e differenziate di quanti vivono oggi nella carne e nell’anima, dei defunti privati della sola carne di ieri e dei venienti con la carne e l’anima di domani. Ciascun uomo della Terra, in quanto Sua cellula, è Carne del Suo Corpo e dunque scelto in Cristo prima della Creazione del mondo, come dichiarato dall’Apostolo Paolo al primo capitolo della lettera agli Efesini (Ef 1,4). Il termine carne indica nei tre casi suddetti la corporeità di ciascun uomo dallo stadio di zigote fino all’ultima mitosi e meiosi che questi compirà durante la sua esistenza terrena. Il medesimo termine non indica pertanto il tessuto muscolare, quale tessuto fondamentale dell’organismo congiuntamente ai tessuti epiteliale, connettivo e nervoso. Durante l’offertorio, in relazione al pane, il Sacerdote benedice Dio Padre per averlo ricevuto dalla Sua bontà quale frutto della terra e del lavoro dell’uomo e Glielo presenta perché diventi Cibo di Vita eterna. In questa prima parte dell’offertorio v’è il rimando alla creazione dal nulla, dal primo giorno al sesto giorno che ha dato alla luce l’umanità zigotica maschile e femminile. La benedizione continua con la presentazione del vino, cui viene aggiunto un po’ d’acqua, anch’essa è rivolta a Dio nella gratitudine di averli ricevuti entrambi dalla Sua bontà quale frutto della vite e del lavoro dell’uomo perché diventino Bevanda di salvezza. In questa seconda parte dell’offertorio v’è il passaggio dall’uomo acqua all’uomo sangue, dallo zigote alla blastocisti, dal momento della fecondazione con l’infusione dell’anima nell’embrione alla formazione delle prime cellule ematiche che, una volta canalizzate, prenderanno a scorrere all’interno dell’organismo e al di fuori di esso attraverso la placentazione. Il pane è pertanto messo in relazione sia con la Terra fisica che con la terra corporea dell’uomo che da essa è stata tratta e modellata dallo Spirito Santo. Il vino e l’acqua trattati come un’unica bevanda, sono piuttosto associati alla vite piantata nella terra e al cuore interrato nel mediastino unitamente al suo albero vascolare. L’alimento solido anteposto al nutrimento liquido rimanda alla creazione della persona umana da una singola cellula mentre l’acqua, unita al vino, richiama gli stadi successivi del suo sviluppo filo e ontogenetico fino al Sacrificio espiatorio del Dio Incarnato.
In questa fase dell’offertorio si svolgono dunque gli atti di presentazione delle offerte, ciascuno preceduto dalla specifica benedizione rivolta dal sacerdote al Dio Uno e Trino.
Riesaminando le Parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena, il termine “Terra” da Lui utilizzato rimanda dunque primariamente al conseguimento dello stadio “monocellulare stabile” che l’uomo raggiunse a un determinato momento del suo divenire fisico. Il medesimo termine rimanda altresì al “pianeta” e, in particolare, a quella parte di crosta terrestre emersa dalle acque che si riempì di vita e di materia organica e inorganica nelle sue varie forme fino ad essere coltivata dalle mani dell’uomo. Solo quando si formò all’interno della prima cellula uomo il primo nucleo cellulare provvisto di un corredo cromosomico definitivo, tipico della specie, fu possibile passare da questa prima fase della creazione agli ulteriori stadi di sviluppo filo e ontogenetico fino a giungere ai nostri giorni. La Vite vinifera e il sistema Cardiocircolatorio diverranno sul Golgota gli strumenti di elezione dell’Opera di Redenzione e Salvezza a Cuore fermo e Respiro arrestato.
Prima dell’insorgenza del peccato originale non vi erano sulla terra né sofferenza, né malattia, né ombra di morte. Non esistevano le anomalie cromosomiche, né di numero né di struttura e non vi era la presenza di alcuna malattia né congenita né acquisita. Quando spuntò la vite vinifera essa divenne, nel contesto filogenetico di crescita corporea dell’uomo, l’espressione metaforica dell’iniziale sviluppo embriologico e della successiva formazione definitiva dell’apparato cardio-circolatorio. Tale apparato, potenziandosi sempre più, si sarebbe esteso a dismisura fino a bagnare, irrorare, nutrire e dissetare dall’interno l’intero organismo che, inizialmente, era stato alimentato dall’esterno per diffusione.
La descrizione, sotto il profilo botanico, dei vari organi della vite vinifera enumera in modo molto succinto: la radice; il tronco principale, anche detto fusto o ceppo; le branche o i cordoni permanenti e, infine, i tralci corredati da complessi gemmari, foglie, fiori, grappoli e viticci di sostegno. Gesù fa riferimento nei quattro Vangeli al tronco, allorquando spiega l’intimo ed eterno legame che Lo connette a ciascun uomo considerato quale Suo tralcio. Per definire la relazione che lega il Creatore alla Sua creatura, il Dio incarnato fa dunque ricorso alla vite vinifera, germogliata dalla Terra mariana e ai suoi tralci. Pertanto, ciascun uomo, pur concepito individualmente nel legame ereditario che lo lega al tronco della propria storia e cresciuto nella terra uterina materna e dunque connesso geneticamente a quella specifica discendenza, una volta nato o anche non nato è ancor prima, sul piano sovrannaturale, un tralcio del ceppo di Cristo. È questa la condizione che permetterà a ciascuna persona sulla Terra di potere acquisire “sacramentalmente”, mediante il Battesimo, la fratellanza di Gesù ed in Lui divenire figlio adottivo di Dio quale carne della Sua Corporeità. Il Battezzato assumerà di conseguenza una nuova umanità divinizzata  che, in senso botanico, lo “trapianterà” letteralmente nella Terra mariana del Grembo universale di Maria Santissima che, al momento opportuno ne accoglierà la prima e la seconda deposizione. È in virtù di tali dinamiche che il battezzato viene reso capace di ricevere quale dono supremo “La figliolanza regale divina” ancor prima del dono della fede, del sacerdozio e del profetismo. Dal momento che Gesù è il solo Tronco vinifero inviato dal Padre celeste nella Terra mariana, con gli uomini che vengono via via creati e procreati in Lui quali Suoi tralci, è di vitale importanza non staccarsi mai da tale divina e umana connessione per non essere sradicati dal maligno dal Ceppo della Vera Vita. Il senso della vita si condensa in tal modo nel portare frutto in abbondanza mediante i grappoli che dai tralci hanno annualmente origine, in accordo al proprio stato di vita. Separati da Gesù e sradicati dalla Terra mariana si diventa sarmenti, buoni a essere gettati nel fuoco della confusione, della separazione, della discordia e della ribellione, per bruciare impietosamente senza un senso e senza un perché. È questa la sorte che ricevono quegli uomini che deliberatamente perdono con il peccato mortale la connessione vitale e vivificante con il Cuore di Cristo. Tali fratelli e sorelle, nonostante sia stata data loro la piena avvertenza, con il loro deliberato consenso al peccato trasformano le loro persone da splendidi tralci pieni di vita in miseri sarmenti destinati alla morte. Una tale scelta esistenziale di vita fa sì che l’intelletto, la memoria, l’affettività, le passioni, i sentimenti e le intenzioni vengano consegnati a fastelli al grande piromane per eccellenza, padre della menzogna e omicida sin dal principio, noto con i titoli di serpente, satana, separatore, accusatore, lucifero, drago e falso profeta. La Sapienza divina, che non priva mai dei doni elargiti ai Suoi figli, ha permesso al maligno, Suo figlio degenere, di continuare a beneficare dell’intelletto superiore che gli era stato conferito unitamente ad una straordinaria abilità operativa. Nonostante il tradimento avuto come risposta, la Sapienza divina continua a permettergli di tentare l’uomo a patto però di non violarne mai il bene più alto che è il suo libero arbitrio. Il padre della menzogna ha in tal modo ottenuto da Dio la permissione di potere ottenebrare gli intelletti degli uomini fino a scristianizzare l’umanità con l’intensificare la concupiscenza, l’intorpidimento nell’affettività e la confusione nella memoria degli uomini. Il punto di forza per uscire da questa condizione disastrata è confidare primariamente nell’Eucarestia quale fonte e apice della Redenzione e della Salvezza. Dio Padre ha riposto sin dal principio una tale fiducia in ogni figlio dell’uomo che è innanzitutto Suo figlio, da permetterne già sulla Terra gli attacchi del maligno nei suoi confronti, avendolo reso capace di sventare qualsiasi complotto malefico sia in Terra che nei Cieli. V’è un particolare dell’Amore Divino Paterno che riguarda il Suo essere “morboso”, “protettivo” e “geloso” nei riguardi dei Suoi figli più piccoli e indifesi, specificatamente in relazione agli zigoti. La Sua “vicinanza” Paterna a favore di questi figli che vivono nelle “Periferie esistenziali” è massima, estendendosi agli embrioni e ai feti dell’umanità che devono ancora venire alla luce, unitamente alle categorie più fragili e indifese di chi, nascendo, sperimenta la sofferenza e la malattia nel corpo e nell’anima. La schiera invisibile dei figli del Padre Celeste è caratterizzata dai puri spiriti, conosciuti anche con il nome del coro angelico cui afferiscono. Gli angeli sono i “Fratelli maggiori” degli uomini. Da sempre l’Amore Trinitario di Dio ha manifestato la Sua infinita grandezza fondandola sulle piccole cose, è dunque dal principio e per l’Eternità che continuerà a realizzare mediante le piccole le grandi cose.
La Spiga di grano che la Terra mariana ha generato a partire dal Frumento dell’Unigenito concepito di Spirito Santo, ha dato origine ad un campo di grano tripartito nel corpo di ogni uomo, redento e salvato dalle grinfie del maligno. La Vite vinifera il cui succo è “sgorgato” dal Corpo trafitto di Cristo nell’effusione ematica del Suo Cuore spezzato, ha dato origine ad un immenso vigneto anch’esso tripartito nel corpo del medesimo uomo che, redento e salvato è stato reso capace di portare la Redenzione e la Salvezza di Cristo agli altri. Di grande supporto per una più accessibile comprensione, suffragata oltre che dalla fede da un minimo di intuitiva ragionevolezza, risultano essere a tale proposito l’enigma e la parabola proposti agli Israeliti da Ezechiele al capitolo diciassettesimo dell’omonimo libro. Il profeta, vicino ai fratelli ebrei deportati in Babilonia, fa ricorso in questo inciso letterario a delle immagini insolite di due aquile, due cedri, un monte alto e una sola pianta di vite. Le due aquile sono figurazione del bene e del male, le cime dei due cedri i frutti dell’uno e dell’altro, mentre la Vite piantata nel campo di seme è l’umanità intera connessa a Cristo piantato nella Terra mariana e il monte alto d’Israele, luogo dove il Signore pianterà la cima del cedro, diviene figurazione della Santa Croce conficcata sul monte del Cranio. Infatti, l’offerta del pane, se da un lato rimanda all’uomo plasmato dal fango della Terra dall’altro apre all’Incarnazione che ricapitolerà l’intero creato nel Corpo Mistico di Cristo. La terra del primo presupposto è di natura minerale, quella del secondo è di ordine biologico-spirituale con Maria “Madre di Dio Figlio” che, ai piedi della Croce, offre il Suo “Grembo universale a Dio Padre”. V’è dunque in questa fase del Rito d’offertorio un implicito riferimento alla Spiga di grano che, nel Chicco morto dell’Unigenito, riconcepirà, rigenererà e ricapitolerà tutti i chicchi di grano dei defunti di ieri di oggi e di domani in un solo Pane Eucaristico. Il ruolo generante della Madre è preminente in questa parte della Celebrazione, detta sacrificale, perché il Chicco di grano divino e umano che è morto cadendo nella Terra materna impietrita dal dolore, mediante la prima e seconda Deposizione, ha dato vita con la Sua Morte e Resurrezione a tutti i chicchi azimi morti e sepolti che mai e poi mai avrebbero potuto risuscitare da sé e aderire al progetto divino della Salvezza universale in un solo Pane. Questa la sintesi del Sacrificio espiatorio pagato dalla Persona di Cristo per il riscatto del peccato di ogni singolo uomo, redento sin dalla condizione zigotica azima della sua persona in presenza di Maria, Sua e Nostra Madre, che diviene la Porta del cielo.
Tale Sacrificio ha avuto bisogno: 1) del legno della croce che, sotto le sembianze della cima del cedro, diviene figurazione dell’Altare eucaristico dell’immolazione di Cristo; 2) del Grembo straziato e immacolato di Sua Madre, Calice e Patene della Sua prima e seconda Deposizione ed infine; 3) del Sepolcro nuovo, prima chiuso e poi aperto, quale dimora provvisoria della discesa agli inferi e trampolino glorioso della Resurrezione. Il Pane consacrato e transustanziato nel Corpo di Cristo potrà ora essere distribuito e mangiato quale Cibo di vita eterna, dal momento che ad ogni Eucarestia v’è il rendimento di Grazie per quanto si è ricevuto e che prontamente deve essere comunicato al prossimo, realizzando ordinatamente e sequenzialmente i tre passaggi suddetti. La Resurrezione, la cui forza dirompente aveva spostato la grande pietra del sepolcro lasciandolo aperto e vuoto, ha permesso al Pane della vita di compiere l’ultima tappa del Suo lungo percorso creaturale, filogenetico e ontogenetico che, dalla prima cellula uomo plasmata dalla terra lo ha visto trionfare sull’ultima cellula uomo che sarà redenta e salvata. Attraverso il rito della Comunione sacramentale il comunicando è chiamato dunque ad attingere in pienezza dalle Grazie divine, in modo che mangiando il Pane della vita e bevendo il Vino della salvezza, nutrito egli stesso, potrà nutrire i fratelli di ogni età, luogo, razza ed epoca che ad ogni Eucarestia gli saranno affidati.
In riferimento all’acqua è bene sottolineare come essa sia presente in piccola percentuale nel pane azimo mentre costituisce la componente principale del vino. Approfondendo il significato delle Parole pronunciate da Gesù nell’ultima Cena è possibile evincere come Egli abbia voluto ricondurre al Padre tutti gli uomini che indistintamente e dall’Eternità considera fratelli e cellule del Suo Corpo Mistico. La Salvezza operata da Gesù è difatti Universale estendendosi, con le sue ali d’aquila, dalle fasi iniziali del divenire corporeo e spirituale di un uomo fino ai confini estremi del cielo. In realtà l’Universalità di tale Salvezza preesiste alla creazione stessa in quanto è insita nell’Amore infinito intra-trinitario di Dio che travalica ogni limite di tempo e di spazio e gli stessi confini che fanno da cornice al concepimento e alla morte.
Il corpo umano all’inizio della vita, dalla condizione esistenziale monocellulare di zigote fino allo stadio pluricellulare di blastula, risulta totalmente privo di vasi sanguigni e di cellule ematiche proprie. La sua composizione è del tutto paragonabile al Pane azimo preparato con farina e acqua senza aggiunta di lievito. La suddetta condizione lo rende dunque assimilabile a quel “qualcosa” di granuloso e minuto, fine come la brina e ricoperto da un sottile strato di rugiada che, nel deserto, in prossimità del monte Sinai il popolo d’Israele ricevette da Dio e chiamò manna. Dalla fase di gastrulazione in poi, il corpo di ciascun uomo vedrà germinare progressivamente dall’interno il piccolissimo tralcio cardiovascolare volto ad estendersi fino agli estremi confini della sua terra corporea e, esternamente, l’organo placentare con il suo impianto intra-parietale di ancoraggio all’utero. Con lo scorrere del tempo quel minuscolo tralcio saturerà l’organismo in crescita grazie all’enorme rete di vasi capillari, arteriosi, linfatici e venosi che l’accompagneranno, bagnando direttamente o indirettamente ogni singola cellula, struttura anatomica, organo, apparato e sistema del corpo. Analogamente l’abbozzo placentare diverrà un Altare vivente che ridurrà al minimo la distanza tra sangue materno e fetale, tramite i villi coriali, per lo svolgimento delle sue funzioni di: scambio metabolico, filtro, produzione di ormoni e fonte di cellule staminali.
Alla luce delle conoscenze odierne circa l’angiogenesi e la vasculogenesi embrio-fetali umane, diventano illuminanti i collegamenti con il racconto biblico della prima piaga d’Egitto che vide le acque del fiume Nilo trasformarsi in sangue e con gli episodi evangelici delle nozze di Cana e della sudorazione di sangue, o ematoidrosi, di Gesù nel Getsemani. Tre contesti differenti che rimandano al passaggio dall’uomo acqua all’uomo sangue, legati da un’invisibile catena di Rosario che dagli azimi dell’Incarnazione connette ciascuna vita umana, di grano in grano, agli azimi dell’Espiazione. Nell’episodio di Cana di Galilea, associato da san Giovanni al primo miracolo o primo segno compiuto dal Maestro, Gesù, sollecitato da Sua Madre che chiama “Donna”, aveva trasformato in Vino pregiatissimo l’intero contenuto acquifero delle sei giare adibite ai riti di purificazione degli ebrei. Gesù chiamerà Sua Madre con il medesimo nome di Donna dall’alto della Croce in presenza dello stesso evangelista, il solo a narrare l’episodio di Cana. Le sei giare sono simbolo dei sei giorni della creazione durante i quali ogni cosa viene fatta in progressione su comando divino di Gesù, nella potenza dello Spirito Santo. L’acqua è il segno dell’umanità delle origini mentre le giare per i riti di purificazione prefigurano l’imprescindibilità del confessionale nella vita di ciascun uomo. Tali acque, accuratamente versate dai servi nelle singole giare contenenti ciascuna al suo interno due o tre barili, sottolineano il lavoro meticoloso degli angeli di Dio nell’Opera della creazione. I due o tre barili rimandano infine ai tabernacoli anatomici del corpo umano: capo, torace e addome dei quali gli ultimi due raggruppabili in un solo tabernacolo toraco-addominale. L’uomo dell’ultima giara o del sesto giorno della creazione è in diretta successione mitotica e meiotica e, dunque, in continuità filogenetica e ontogenetica con i suoi simili e fratelli di acqua e sangue della prima giara e dunque con l’intera creazione. L’uomo del primo giorno, all’alba primordiale della sua esistenza unicellulare e, l’uomo della sera del sesto giorno, oramai in grado di procreare e visibilmente ricco nel suo essere pluricellulare compiuto, rivestono entrambi al cospetto di Dio Padre il medesimo valore e la stessa consistenza dell’azimo zigotico redento e salvato dal Suo Unigenito. Il Vino pregiatissimo con il quale Cristo trasformerà l’intero volume di acqua presente nelle sei giare senza prediligerne alcuna, profetizzerà lo stravaso ematico del Suo Sangue Salvifico dall’alto della Croce per la Salvezza universale dell’intera umanità. La trasformazione dell’acqua in Vino pregiato, di qualità addirittura superiore a quella bevuta fino ad allora dai commensali, prefigura la trafittura toracica del Golgota che si attualizza e si ri-presenta in modo incruento sugli Altari eucaristici di tutto il mondo. L’episodio delle nozze di Cana offre una sintesi mirabile della creazione e il suo compimento nel Figlio di Dio fatto uomo, che traghetterà nella Sua Corporeità l’umanità dal settimo all’ottavo giorno della creazione, santificandola e divinizzandola interamente. Il Venerdì santo Dio muore per aprire e spalancare la porta del Paradiso. Il Sabato santo Dio redime e salva tutte le Sue creature prelevandole dagli inferi, dove scende avvolto dal Manto della Madre con il Suo Corpo morto e incorrotto. La Domenica risuscita e fa risuscitare nella Sua Corporeità gloriosa tutto ciò che era irreversibilmente morto e decomposto.
Il Sabato Santo, “lo Shabat (שבת)” è il giorno del silenzio di Dio che precede la Domenica di Resurrezione. È il giorno dedicato al riposo dell’uomo, perché ciascuna persona possa contemplare il Sepolcro nuovo scavato nel suo cuore di pietra trovandovi il Corpo esanime del Figlio di Dio che vi aveva deposto con le sue scelte sciagurate. È il giorno dell’abbandono del Dio della Vita nelle Persone del Padre e dello Spirito Santo, in relazione alla vita biologica assunta dall’Unigenito nell’Incarnazione. La morte della Seconda Persona della Santissima Trinità sarà priva di qualsiasi processo di disfacimento e totalmente scevra da qualsivoglia fenomeno di autolisi o putrefazione. Purtuttavia si tratta di vero abbandono in quanto a compiere la discesa negli inferi nella Carne inanimata e priva di vita biologica sarà soltanto la Seconda Persona divina. Durante le 40 ore di morte reale v’è dunque il silenzio abissale di Dio nel quale è racchiusa tutta la sacralità del Sabato Santo che, come un’enorme rete, ridesterà le anime prigioniere degli inferi ridonando loro una vita nuova. È il Manto della Madonna, emblema dell’Infinito Amore materno da Lei nutrito per ciascun figlio, l’unica realtà fisica che abbia raggiunto con il Figlio avvolto al Suo interno gli abissi insondabili del tramonto di ogni vita, quale anticipo della nuova Alba di Resurrezione. In questo giorno memorabile, che sin dall’Antico Testamento prefigurava la vigilia della Pasqua, l’anima di ogni Ebreo invitava la propria corporeità a smettere di compiere qualsiasi azione, cessando da qualsiasi lavoro che Dio, creando, gli aveva affidato. La presente lettura non intende togliere nulla ai tanti significati spirituali che la ricca tradizione rabbinica ha tramandato nei secoli, essa intende semplicemente sottolineare l’impenetrabile Verità di Cristo morto e deposto nel Sepolcro nuovo di Giuseppe di Arimatea, membro illustre del Sinedrio, quale figura paradigmatica del cuore di ogni uomo.
Quando si attacca o si demolisce una Chiesa con il suo Altare principale e i suoi Altari secondari, distruggendone il Tabernacolo e disperdendone le Ostie consacrate, è primariamente il maligno a manifestare mediante la mano dell’uomo il suo Odio viscerale e dissacrante verso Dio, il creato e la creatura umana. È lui il committente e il mandante che sotto inganno può fare di ogni uomo debole nella vera fede un suo sicario. In tali atti si rivela tutta la sua furia omicida, accecata dalla fiamma perpetua dell’Odio che rivela la definitiva e irrevocabile lontananza da Dio. La morte dell’attentatore unitamente alle morti dei fedeli e al dolore delle famiglie, dei loro cari e della Chiesa universale costituiscono per lo spirito diabolico, già agonizzante nella consapevolezza della sua imminente sconfitta, un ignobile refrigerio dalle fiamme inestinguibili che lo consumano. Con ciò non si intende deresponsabilizzare gli artefici materiali di tali azioni disumane e sacrileghe che dovranno comunque essere sottoposti al giudizio degli uomini e rispondere al Giudizio supremo di Dio. 
Ritornando alla Liturgia sacrificale, il Sacerdote fa una doppia Offerta cui fa seguito una doppia Consacrazione. L’assoluta gratuità della Redenzione e della Salvezza sono state previste da Dio Padre sia per l’uomo-Acqua che per l’uomo-Sangue. Vale a dire sia per le persone chiamate a vivere la sola fase embrionale sulla Terra, dallo stadio di zigote fino e non oltre quello di blastula, quanto per gli esseri umani che sono andati oltre tale stadio fino a raggiungere, a vari livelli di crescita, una condizione pluricellulare di sviluppo compiuto. Il rito della doppia Offerta e della doppia Consacrazione conferisce a entrambe le categorie una più congrua aderenza a ciascuna di esse, nonostante il Pane e il Vino che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo abbiano già in Sé sia il Sangue che l’Acqua nei composti biochimici e nei miscugli biologici che li costituiscono. A un certo punto del rito il Sacerdote versa un po’ d’Acqua nel Calice del Vino quale segno della nostra unione con la Vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana. Sul perché di tale atto e di tali Parole è opportuno ancora una volta invocare l’abbraccio universale che caratterizza la Celebrazione eucaristica. Essa stende difatti la sua azione di grazia all’intero creato, culminante nella creazione dell’uomo Adamo maschio e femmina tratto e plasmato dalla terra fisica di colore rosso, a Eva, modellata e plasmata dalla terra biologica e precisamente dall’osso costale di Adamo. A ogni uomo e donna è stata data Eva in dono da Dio nella maternità universale di Maria Santissima e potrà realizzarlo soltanto al risveglio dal sonno della sua anima. L’Acqua unita al Vino unisce in Cristo tutto l’uomo per mezzo della Santa Vergine Calicizzata, dall’uni-cellula provvista di sola Acqua alla realtà umana pluricellulare in via di formazione fino al suo completo compimento, in cui scorre impetuoso il sangue. Il Pane diventerà Cibo di Vita eterna e il Sangue Bevanda di Salvezza della nuova ed eterna Alleanza. La Consacrazione trasforma il Pane nel Corpo di Gesù mentre il Vino e l’Acqua vengono transustanziati nel Sangue del Signore quale Patto della Nuova ed Eterna Alleanza. Il Vino, rispetto al Pane, è una sostanza in grado di allontanarsi fisicamente dal Corpo del Crocefisso a motivo dello stato liquido in cui si trova. L’allontanamento della componente corpuscolata prima e di quella plasmatica a seguire, quale esito della sedimentazione ematica avvenuta all’interno del pericardio di Cristo per la rottura del Suo Sacro Cuore, si realizza mediante la ferita penetrante del costato provocata dalla lancia del soldato. È in virtù di tale permissione divina elargita allo spirito del male operante sempre per mano dell’uomo, che le periferie dell’umanità più lontane da Dio potranno da questo momento in poi venire raggiunte e bagnate dai rivoli della Salvezza fuoriusciti dal costato trafitto dell’Unigenito. È difatti una priorità del Padre celeste donare a ciascuno dei Suoi amatissimi figli, in particolare ai lontani dalla Verità che giacciono moribondi ad ogni longitudine e latitudine della Terra nelle più disparate forme di vita intrauterina acquatica o extrauterina aerea, la possibilità di essere chiamati dalla Morte alla Vita nel rispetto del libero arbitrio di cui ciascuno gode. Con la doppia offerta del Corpo e del Sangue presentati sull’Altare, il Padre svela dunque nell’Immolazione del Suo Unigenito, per la Potenza dello Spirito Santo, la Verità immobile del Mistero Trinitario che fuoriesce da Se stessa invadendo l’intero Creato. La doppia Consacrazione sacralizza e ricapitola l’arco di tempo e di spazio che intercorre tra la prima Venuta di Gesù a Nazareth e la Sua seconda Venuta nel corpo sacramentato del fedele Comunicato. Dal primo Adamo, maschio e femmina, alla seconda Eva, Maria ai piedi della Croce tratta dal Costato trafitto di Cristo crocefisso quale secondo Adamo, tutto è stato espiato, redento, ricapitolato e salvato.
Il Dio Uno e Trino ha così voluto manifestare ai tanti figli dispersi sulla Terra e nei Cieli il Suo vertiginoso Amore degno di essere approfondito in senso teologico, scientifico, esegetico, ermeneutico, razionale intuitivo e intellettuale, al fine di poter lasciare a ciascuna cellula uomo la libertà individuale di riconoscere o disconoscere la sua vera origine e il senso ultimo della propria esistenza nel Corpo Mistico di Cristo. Pur essendo Dio Padre Spirito e Verità, a ogni Celebrazione eucaristica si rende tangibile nel Suo Unigenito Sacramentato facendosi vedere, ascoltare, odorare, toccare e gustare mediante i sensi fisici e spirituali che ha donato ai Suoi figli, rendendo tale Mistero il più sublime avvenimento che si sia mai realizzato sulla Terra. Le riflessioni riguardanti  l’altare, il lavabo, il pane, il vino, l’acqua, la terra, la vite, il calice, la patena, la spiga, gli azimi e quant’altro sia stato in precedenza menzionato, rappresentano la riflessione personale di un fedele che crede nella crescita individuale continua di ogni uomo, portatore di Verità e dunque Cristoforo.

PREGHIERA EUCARISTICA
Costituisce la preghiera centrale della Celebrazione. Nel rito romano è anche detta “Canone romano”, in essa si realizza la transustanziazione del pane nel Corpo di Cristo e dell’acqua e del vino nel Suo Sangue. È la preghiera Trinitaria per eccellenza che il Celebrante rivolge al Padre Celeste invocando lo Spirito Santo che rende presente sull’Altare e in mezzo all’assemblea Gesù Eucaristia.

Il prefazio è la prima parte di tale preghiera dove il sacerdote rende grazie a Dio per le meraviglie operate e che continua a realizzare nella storia della Salvezza. Lo stile è solenne e in questa prima parte, che può essere recitata o cantata a seconda del tempo liturgico, il Celebrante  invita i fedeli a tenere in alto i loro cuori e l’assemblea lo rassicura che sono protesi al Signore. Non è con la ragione soltanto che il fedele è invitato a partecipare al Sacrificio espiatorio ma con un cuore giovanneo convertito e totalmente rivolto al Signore, altrimenti fuggirà impaurito nelle prove della vita come gli apostoli dinanzi alla Croce oppure, pressato da mille preoccupazioni, si allontanerà con il cuore e la mente dal Mistero dell’Eucarestia. Tutti, in questo momento solenne, siamo invitati a mettere da parte inquietudini e a tralasciare le cose del mondo che usualmente occupano le nostre menti per partecipare personalmente al Sacrificio supremo che Cristo, immolandosi, ricompie sull’Altare del Golgota.
Il Sanctus è la seconda parte della preghiera eucaristica. Viene cantato o recitato ad alta voce dal Sacerdote unitamente all’assemblea. Inizia con la lode a Dio e riprende le medesime parole dell’Inno che i Serafini elevarono a Dio che udì il profeta Isaia e che riferisce nel descrivere la visione inaugurale del suo ministero profetico nel Tempio di Gerusalemme. Le medesime parole saranno utilizzate dalle quattro creature dell’Apocalisse, ciascuna provvista di sei ali e costellata di occhi intorno e dentro. In questa orazione si configura al sommo grado l’esultanza della Chiesa universale e dei Cori angelici, inneggianti in un unico inno di lode la Santità di Gesù Redentore e Salvatore del mondo. La preghiera prosegue e riprende l’episodio descritto nel Vangelo di Matteo dell’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, tra le grida esultanti delle folle. Il Signore fu in tale circostanza osannato, benedetto e proclamato “Figlio di Davide” per essere subito dopo condannato e crocefisso. Tali acclamazioni si concludono con la più elevata e solenne dichiarazione di santità e di trascendenza di Gesù mai proclamata: «Osanna nel più alto dei cieli». Il Sanctus, con i suddetti passi vetero e neotestamentari costituisce l’anamnesi, vale a dire l’atto di fare memoria riscaldando il cuore del fedele dei contenuti spirituali più profondi e intramontabili.

EPICLESI E CONSACRAZIONE
Poco prima della Consacrazione v’è un momento particolare e solenne chiamato epiclesi, nel quale il sacerdote agendo in Persona Christi ovvero operando nella Persona di Cristo invoca Dio Padre affinché mandi lo Spirito Santo a operare la transustanziazione o transubstanziazione delle offerte presentate sull’Altare. L’invocazione allo Spirito Santo e alla Sua divina azione vivificante e trasformante non si limita alle sole Specie eucaristiche ma è estesa a tutti i fedeli e comunicandi, affinché siano trasformati e resi idonei a prendere parte, ciascuno in accordo ai talenti ricevuti, agli inestimabili benefici e servizi che il Sacramento veicola. In questo momento sull’Altare si sta riattualizzando la Crocefissione del Golgota, ri-presentata e non rappresentata dal Celebrante così come essa avvenne circa duemila anni fa.
La Consacrazione che segue l’epiclesi è il momento supremo della Messa. Per suo tramite si viene a realizzare il prodigioso passaggio del pane e del vino nelle Sostanze del Corpo e del Sangue di Cristo crocefisso e deposto nella corporeità del fedele sacramentato per la Resurrezione. Tale transito è la sintesi di tutti i passaggi che, a partire dagli elementi chimici fondamentali della terra in virtù dell’Opera dello Spirito Santo e grazie alla fatica e al lavoro dell’uomo, hanno portato alla formazione dell’umanità compiuta di cui Cristo crocefisso è il fondamento, il tramite, il fine e il culmine. La transustanziazione ripercorre tutte le singole tappe che, ad iniziare dagli elementi primordiali presenti nelle primizie dell’offertorio, culminano nella Carne e nel Sangue salvifici di Cristo morto e risorto. Tale mistero ha luogo in qualsiasi condizione ambientale ordinaria e/o straordinaria, riattualizzandosi nelle mani del Celebrante  in presenza del miscuglio di sostanze aeriformi costituito da gas e vapori che caratterizzano l’atmosfera nella quale l’umanità vive sulla Terra. La transustanziazione, definita incruenta in riferimento alla composizione chimico-fisica delle specie, che rimangono tali, è in realtà sul piano mistico-spirituale cruenta e frutto della colossale disumanità di ogni tempo, con il prodigioso risultato della reale trasformazione delle Sacre Specie nel Corpo e nel Sangue del Signore. In tali umane e celestiali dinamiche è possibile assistere e partecipare, in accordo con le parole e i gesti del Celebrate, al travaso reale ematico delle componenti liquida e corpuscolata del Sangue di Cristo che, dal Calice pericardico innalzato sulla Croce, si versa nel Calice materno sottostante. L’elevazione delle due Specie consacrate e la loro ostensione tra le dita purificate delle mani sacerdotali evidenziano tale intimo dialogo, tra il Calice delle alture che si svuota e il Calice della valle che si riempie. In forza delle Parole e delle azioni che il sacerdote compie rivolgendosi al Padre Celeste, prende dunque sostanza corporea il Sacramento eucaristico, con il plasma e l’ematocrito di Cristo che, allontanandosi dal Suo Corpo inanimato e dal Calice dell’Espiazione, si versa nel Calice della Consacrazione impietrito ai piedi cella Croce. La vista, il tatto, il gusto e l’olfatto del fedele riconosceranno nel Pane azzimo consacrato il tradizionale prodotto alimentare, fatto di farina di frumento e acqua e nel Vino sacramentato la bevanda alcolica, ottenuta dal frutto della vite. Le Parole della Consacrazione sono quelle che Gesù pronunciò nell’ultima Cena e che il Sacerdote proclama fedelmente genuflettendosi in adorazione, dinanzi alla Sua divina maestà. Le Specie appena consacrate vengono innalzate permettendo ai fedeli la medesima adorazione attraverso i sensi dell’anima di ciascuno. Le Parole che il Sacerdote pronuncia, rivolto al Padre Celeste con l’Ostia tra le dita agendo in Persona Christi, sono le seguenti: «Nella notte in cui fu tradito, Egli prese il Pane, Ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai Suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il Mio Corpo offerto in sacrificio per voi». Il sacerdote prende poi tra le sue mani il Calice del Vino e dice: «Dopo la cena, allo stesso modo, prese il Calice, Ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai Suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti, questo è il Calice del Mio Sangue, per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”». L’elevazione del Calice è seguita da un profondo silenzio, talvolta interrotto dal suono di un campanello e seguita dalla genuflessione del celebrante e dell’assemblea. Il gesto della genuflessione sottolinea l’intima partecipazione e l’abissale gratitudine dei partecipanti per l’avvenuta Consacrazione, nella Comunione con gli angeli e i santi di ogni tempo e luogo. Gli elementi primordiali della creazione, l’ossigeno, il carbonio e l’idrogeno, in natura così diversamente combinati tra loro, hanno accolto invisibilmente ancora una volta la Sostanza divina e umana del Corpo e del Sangue di Cristo crocefisso, Signore e Salvatore del mondo.

ANAMNESI E SECONDA EPICLESI
Dopo la transustanziazione il Sacerdote si rivolge ancora una volta al Padre Celeste perché riunisca nel Suo Unigenito, in Un Solo Corpo e in Un Solo Spirito, la Sua Chiesa. È questa una condizione indispensabile perché possa realizzarsi, nella Potenza dello Spirito Santo, la Seconda Venuta di Gesù. Divenire carne e cellula del Corpo di Cristo è il primo ed ultimo passo del cammino di conversione. Così come ogni cellula di un corpo possiede nel suo nucleo l’intera sequenza di DNA, macromolecola depositaria dell’intera informazione genetica di quell’organismo, il fedele convertito possiederà l’intero progetto del Corpo di Cristo, che è la Sua Chiesa Vivente, specificandone con la biosintesi di RNA  e proteine, nella sua vita, soltanto la piccolissima parte che gli compete ma che nessun altro potrà supplire. Tale seconda epiclesi, la cui realizzazione è profeticamente icona della Seconda Venuta di Cristo nella Gloria, presuppone la libera volontà di ciascun uomo a essere trasformato nell’anima e nel corpo in uno strumento fedele e perseverante al totale servizio del Corpo Mistico di Cristo, così come le funzioni di una cellula differenziata lo sono per il corpo al quale appartiene. Allorquando ciascun uomo sulla Terra e nei Cieli avrà riconosciuto la sua piena appartenenza alla Chiesa decidendo di mettere le proprie funzioni di mantenimento e di lusso a completa disposizione di Cristo, si realizzerà in pienezza la Seconda Venuta di Gesù nella Gloria. Il comunicando, assimilato al sale della Terra e al tralcio di connessione tra il tronco della Vite di Cristo e i fratelli, diviene in tal modo tramite dei frutti copiosi che si raccoglieranno nei grappoli d’uva del proprio tralcio. Darà gusto, sapore e senso alla pianta della Vita contribuendo alla produzione del vino della comunione fraterna. Nel canone romano la preghiera prosegue e si sofferma sui frutti dell’Eucarestia, mentre l’anamnesi ricorda e menziona le offerte fatte da Abele, Abramo e Melchisedek a Dio e a Lui gradite in prefigurazione dei Doni che sarebbero stati presentati e transustanziati sugli Altari eucaristici di tutto il mondo. A questo punto viene nuovamente invocato Lo Spirito Santo perché plasmi senza mai stancarsi i fedeli della Terra, affinché non si scoraggino nel comunicare il sapore, la custodia e la difesa della Verità di Cristo proclamata dalla Chiesa universale per la santificazione del mondo. Abele fu il secondogenito di Adamo ed Eva. È il figlio concepito dopo Caino a simboleggiare in modo paradigmatico quanti continueranno a essere concepiti dopo qualcuno che li ha preceduti. Caino è invece il primogenito, o meglio colui che è stato concepito ed è già nato e cresciuto, quale figurazione emblematica di quanti continueranno nel mondo a venire alla luce per primi e, sentendosi dei privilegiati, anteporranno la ragione al cuore. Caino diventerà un abile coltivatore della terra fisica e corporea, sempre pronto a difendere la sua persona, il nome con il casato di provenienza. Vivrà da proprietario terriero e sarà geloso custode del suo albero genealogico, pur abitando in mezzo agli uomini ne resterà nell’intimo separato ed estraneo agli altrui bisogni e alle altrui realtà biologiche ed esistenziali di vita. In tale condizione di egoistico isolamento, Caino offrirà agli idoli della sua religiosità, che considererà come un unico Dio, i prodotti che la terra gli avrà dato, comprensivi del pane della felicità e del vino dell’ebrezza. Questa resterà l’offerta immutata nel tempo che Caino ancora oggi offre al suo Dio, nella convinzione di avere ottenuto tutto ciò che possiede con il lavoro delle proprie mani e con la fatica e il sudore della sua fronte. Abele rimarrà ai suoi occhi miopi un incompiuto prodotto del genere umano non meritevole di alcuna dignità. Con il trascorrere del tempo il primo Caino è divenuto un esercito di Caini che nella “Pienezza dei tempi” si sono addirittura arrogati il diritto di ridefinire, sui piani giuridico e scientifico in particolare, la fragile condizione di Abele giungendo a paragonarla nelle migliore delle ipotesi ad un agglomerato di cellule che non può venire considerato un essere umano. Caino, maschio e femmina, ignora che al momento del suo trapasso dalla Terra al Cielo sarà giudicato proprio da questo sterminato esercito di Abeli, fragili nella carne e potentissimi nell’anima. Non immagina neppure lontanamente come, agli occhi di Dio, sia stato proprio Abele ad essersi guadagnato il posto d’onore di giudice buono e di buon pastore del gregge umano dei suoi fratelli, in quanto ha vinto in previsione della Venuta di Cristo i sentimenti di rancore e condanna nei riguardi dei suoi uccisori. La Santissima Trinità gradisce pertanto l’offerta presentata da Abele che, pascendo nella verdeggiante campagna uterina del grembo materno il gregge cellulare della sua corporeità, gioisce con l’anima dinanzi alla visione profetica del progetto di Redenzione e Salvezza che Cristo avrebbe operato. Caino ignora che suo fratello minore, impalpabile ed etereo come l’aria e il fumo, è la prima prefigurazione dell’icona evangelica del Buon Pastore che, non avendo altro da offrire a Dio Padre, decide di donare tutto se stesso nelle primizie citologiche della sua iniziale vita embrionale fino all’offerta della sua condizione di vita più avanzata, nella quale avrà iniziato a formare il grasso fetale. Caino ignora ancora come tutto questo sia inestimabile agli occhi di Dio, dal momento che quel grasso costituirà un prezioso e potente elemento per lo svolgimento delle molteplici funzioni vitali, materiali e spirituali proprie del Corpo Mistico, quali ad esempio: la Sua funzione meccanica, di riserva, termoisolante, di regolazione metabolica e di difesa immunitaria contro le potenze del maligno. Caino ignora che suo fratello Abele, nella fragilissima condizione esistenziale di indigenza cellulare, sia prefigurazione e icona della povera vedova descritta nel Vangelo che getterà nel tesoro del Tempio i due spiccioli che possedeva, ovvero le poche cellule di cui disponeva per vivere. Ella sarà la vedova dello Spirito Santo che al momento della sua offerta ventura non si sarà ancora manifestato quale Paraclito, mentre Abele è già lo sposo dello Spirito Santo in quanto figlio primogenito della Divina Figliolanza e della divina maternità e sponsalità di Maria. Caino ignora, in ultimo, che al momento del trapasso vedrà Abele con gli occhi dell’anima e lo ascolterà con le orecchiette del cuore e grande sarà il terrore nel sentirsi chiamare: fratello, sorella, papà e mamma. L’anima del primo Caino non appena intuì che il secondogenito che stava per venire al mondo avrebbe minacciato la sua condizione di coltivatore di campi, alzò le mani al cielo uccidendo la persona di Abele in crescita nella campagna, con un delitto di omissione. Il campo in questione è il grembo materno, luogo dove nel primo mese è molto bassa la densità della popolazione cellulare al punto che l’embrione viene paragonato ad una campagna, mentre la popolazione cellulare di chi è già nato è paragonabile ad una città. Il Caino odierno ha imparato oltre che ad uccidere Abele in tanti altri modi, a crioconservarlo e a manipolarlo geneticamente adattandolo ai suoi bisogni personali, giustificandosi prontamente sia su piano scientifico che legale. Melchisedek, re di Salem, da Shalom (שָׁלוֹם) che significa Pace, è un personaggio biblico misterioso che appare e scompare all’improvviso dalla scena divenendo l’icona perfetta vetero e neotestamentaria del Sacerdozio eterno di Cristo. Sorprendentemente sprovvisto di una genealogia che lo leghi ad una determinata famiglia appartenente ad un popolo conosciuto, tale figura non lascia alcuna traccia di sé se non il peso delle sue parole e dei suoi gesti profetici nel momento in cui offre al Dio Altissimo il Pane e il Vino. Questo paradigmatico re dell’antichità aveva benedetto Abramo con il pane della terra ed il vino della vite, allorquando il grande patriarca e padre della fede era rientrato vittorioso dalla battaglia contro Chedorlaòmer insieme ai suoi trecentodiciotto uomini. L’esercito di Abramo era costituito da uomini dediti prevalentemente alla pastorizia che si erano improvvisati dei validissimi soldati e degli abili strateghi in campo militare. fu in quella circostanza che Abramo, abbandonata la veste di capo-pastore acquisì quella di generale, liberando il nipote Lot figlio di suo fratello Haran dalle mani dei nemici e recuperando tutti i beni che aveva con sé, le sue donne, unitamente alla moltitudine di quanti erano stati fatti prigionieri. Il comunicando, nella veste di un novello Abramo, diviene “l’uomo della liberazione delle anime tenute prigioniere del maligno”, non solo per quelle degli amici e dei parenti più stretti ma anche per le anime di quanti, suoi fratelli in Cristo, erano state rese prigioniere dal male, liberandole tutte unitamente alle donne, ai bambini e ai loro beni spirituali trafugati. Il fedele comunicato è predestinato a riportare vittoria sempre e comunque in qualsiasi circostanza della vita perché, nella battaglia contro il nemico, sugli esempi di Abele e padre Abramo, egli non confida sulle proprie forze quanto sull’alleanza con l’esercito invisibile e invincibile degli angeli e dei santi del Paradiso capitanato dall’arcangelo Michele, il generale supremo della difesa dell’Amore e della Pace di Dio. Il fedele comunicato, quale alto ufficiale della fede al servizio della Santa Chiesa Cattolica, avrà sempre in mano la vittoria nel Nome delle tre Persone della Santissima Trinità (3) che sono un solo Dio (1). Con tale certezza conseguirà vittorioso, insieme al suo esercito di valorosi pastori-soldato, il passaggio dal settimo all’ottavo giorno della creazione (8) schierando semplicemente il potenziale bellico sacramentale di cui dispone. Abramo darà a Melchisedek, in segno di gratitudine, la decima di tutto ciò che possedeva così come il fedele comunicato dà a Dio il suo apostolato di servizio nella carità, mediante le azioni scaturite dalle dieci dita delle sue mani nel cammino di Fede supportato dalle dieci dita dei suoi piedi. Cammino e azione sono la “decima” che ciascun fedele è invitato a offrire a Dio in forza del sacerdozio battesimale di cui è stato investito.

INTERCESSIONE E DOSSOLOGIA
La preghiera eucaristica sacerdotale prosegue con le intercessioni rivolte a Maria Santissima, Madre di ogni intercessione e di ogni grazia e a San Giuseppe, Suo castissimo sposo e patrono della Chiesa universale. L’inizio delle intercessioni è a sostegno dei vivi: per la Chiesa universale, per il Vescovo di Roma, per tutti i Vescovi e per il popolo di Dio pellegrino sulla Terra. E’ bene precisare come ogni sacerdote che celebra la Santa Messa, in virtù di questa particolare preghiera di intercessione a suffragio del Papa, non può che essergli sinceramente amico manifestandogli e testimoniando la sua fedeltà in ogni circostanza di vita. Così i fedeli che partecipano alla Santa Messa dovranno essere i primi testimoni di tale fedeltà al Papa e giammai i suoi traditori nelle tante occasioni offerte dal tentatore, testimoni veraci di come il cammino della Chiesa Universale proceda verso il monte di Dio in ubbidienza a un solo pastore riconosciuto nel Santo Padre quale unico vicario di Cristo sulla Terra. La parte conclusiva della preghiera si rivolge ai defunti, le cui anime vengono presentate a Dio nella Comunione degli angeli e dei santi del Paradiso. La Chiesa pellegrina, la Chiesa purgante e la Chiesa trionfante innalzano in tale contesto il loro unico e grandioso coro di intercessione alla Santissima Trinità.
Dossologia significa glorificazione di Dio. V’è in questa formula il sapore antico di un rituale eterno che l’assemblea e il Sacerdote rivolgono dall’intimo del loro cuore al Trono dell’Altissimo. L’intero universo, con tutto ciò che contiene, è stato Creato, Redento e Salvato da Cristo e da tale assunto le Parole proclamate dal Celebrante saranno: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli». L’assemblea risponde: «Amen», che significa «Certamente», «In Verità», «Così è!». Fa seguito la seconda elevazione del Calice e della Patena, laddove è questa volta il Calice materno ai piedi della Croce ad accogliere dal Calice pericardico trafitto di Cristo, il Sangue e i frammenti del Suo Cuore spezzato, presentandoli per mano del Sacerdote a Dio Padre da dove sono discesi per Opera dello Spirito Santo. Da questo momento in poi l’Agnello pasquale con il Suo Sangue vengono adagiati sull’Altare eucaristico placentare, per raggiungere attraverso i riti di Comunione ogni realtà umana sino alle più estreme periferie esistenziali.

RITI DI COMUNIONE La Celebrazione eucaristica ha il Suo culmine nel Convito pasquale, dove ha luogo il Banchetto nuziale. Le peculiarità di tale divino e umano Ricevimento sono: 1) l’ora serale, che rimanda all’ora della trafittura del Golgota; 2) le pietanze, costituite dal Corpo dell’Agnello immolato e dal Suo Sangue; 3) gli invitati al Banchetto, che sono i commensali della Terra in forma visibile e quelli del Cielo in modo invisibile. Tra questi ultimi vi sono le anime del purgatorio che, mediante l’assunzione dell’Eucarestia da parte dei fedeli comunicati, ne assimilano i benefici spirituali e corporali. Passato e futuro sono compresenti nella Celebrazione eucaristica e i fedeli che ricevono la Comunione vengono resi degni, non per merito ma per grazia, dalla Divina misericordia di poter toccare, mangiare e bere tali Divine pietanze. Una volta assunte le medesime daranno inizio nella loro persona ad un vero e proprio metabolismo spirituale, nutrendo non più soltanto chi si è comunicato quanto, per suo tramite, tutti i fratelli pellegrini sulla Terra e purganti nei Cieli che al fedele comunicato sono stati affidati dalla Divina misericordia. Ad ogni Banchetto eucaristico partecipa puntualmente l’intera Comunione degli angeli e dei santi con inni e canti di lode all’Altissimo. Il Corpo e il Sangue di Cristo è formato, in ciascuna particola e in ogni minuscolo frammento di essa, da tutti gli uomini che sono vissuti e che vivranno sulla Terra dai suoi primordi per l’Eternità. Il Pane azimo indica la spremitura e la trebbiatura spirituali alle quali ogni persona deve essere sottoposta per poter venire redenta sin dalla condizione di zigote e assimilata al Corpo Mistico. Ad ogni Celebrazione eucaristica le anime delle persone sante vengono senza sosta innalzate, quali cellule preziosissime del Corpo di Cristo, ed elevate agli onori degli Altari in un inarrestabile processo di mitosi e meiosi spirituali che rende ciascuna Eucarestia unica e irripetibile. Quest’enorme schiera di invitati e di invisibili commensali vive già da questo momento la Resurrezione del Signore entrando a far parte, ciascuno nella sua individuale collocazione tissutale, del Corpo Mistico di Cristo nella Chiesa Trionfante del Paradiso. Le città sulle quali ciascun’anima eletta eserciterà la sua opera dal Cielo saranno i tessuti e gli organi del Corpo Mistico della Terra dove nella vita terrena avrà testimoniato la sua santità (Lc 19, 12-27). Tale enorme schiera di fratelli e sorelle continua a dare al mondo, ai loro congiunti e consanguinei e ad ogni uomo sin dal concepimento, nel Preziosissimo Sangue di Cristo, quanto ricevuto in vita. “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (Ap 21,1). I riti preparatori del Padre nostro, della pace e della frazione del Pane servono a ben disporre il fedele a ricevere tale straordinaria Pietanza per sé e da comunicare agli altri.

PREGHIERA DI GESU’
Nel rito romano il Padre Nostro è considerato parte integrante della Preghiera eucaristica sacerdotale e pertanto, a differenza di altri riti presenti nella Chiesa Universale, viene pregato prima della frazione del Pane. Si tratta di un gesto molto antico ereditato dalla cena ebraica e compiuto da Gesù almeno due volte nella Sua manifestazione pubblica, più precisamente nel duplice episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci e, da Risorto, nella casa dei discepoli di Emmaus. La frazione del Pane che il sacerdote compie con le mani non divide la corporeità di Cristo, che rimane presente in tutta la Sua integrità e in ogni singola parte macroscopica e microscopica del Pane consacrato, divenendo il Suo Corpo eucaristico. Con tale atto il sacerdote, in Persona Christi, spezza l’organo simbolo della Corporeità di Cristo che è il Suo Cuore. Tale centro motore e propulsore del sangue e della linfa ha tanto amato l’uomo da rompersi completamente sulla Croce, per vuotarsi interamente del suo contenuto ematico e potere così seguire fino agli abissi più profondi dell’esistenza ogni singolo uomo e pagarne il riscatto del peccato.
La causa principale della morte di Gesù è stata dunque la rottura del Suo Cuore che ne ha accelerato il decesso sulla Croce rispetto ai due ladroni condannati alla medesima pena. “Pilato si stupì che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se davvero era già morto. Udito il rapporto del centurione, concesse il cadavere”. La rottura del Cuore di Dio si deve essere sviluppata in due tempi e dunque in modo progressivo lungo la via del Calvario. Tale rottura miocardica è stata accelerata dalle tre cadute devastanti che Gesù ha patito sotto il peso del patibolo, per compiersi definitivamente sulla Croce al momento dell’alto grido. La prima delle tre cadute deve avere determinato una prima breccia nel miocardio all’attaccatura dei grossi vasi, per quanto un’importante sofferenza miocardica abbia già potuto esordire nel Getsemani prima aggravata dal duro supplizio della flagellazione poi. Tale catena di eventi ha portato, in ultima analisi, al versamento del Sangue di Dio nel cavo pericardico, determinando l’emopericardio che è stato il responsabile della morte di Gesù per arresto cardiocircolatorio conseguente a “tamponamento cardiaco”. Il Cuore di Dio si è fermato quando il muscolo cardiaco, a motivo dell’aumentata pressione esterna, non ha più potuto rilassare le sue fibre muscolari, impedendo irrevocabilmente il conseguente riempimento diastolico delle quattro cavità a favore del riempimento del Calice pericardico. La definitiva rottura di cuore è coincisa con l’alto grido emesso da Gesù dalla Croce nel donarci il Suo Spirito Santo.
Quello stesso Spirito aleggiava sulle acque, sin dai tempi in cui l’uomo aveva appena iniziato a formarsi al loro interno e ne aveva guidato sapientemente la crescita, filo ed ontogenetica, nel passaggio epocale dalla vita acquatica alla vita aerea sulla Terra. Il passaggio dalle acque alla Terra coincise con il primo atto respiratorio, inspiratorio ed espiratorio. L’atto espiratorio emesso da Gesù sulla Croce ha determinato un ulteriore passaggio epocale per l’umanità che, dall’ineluttabilità della morte, l’avrebbe portata alla Vita Eterna nei Cieli. Gesù zigote, inviato dal Padre, agli albori della Sua esistenza terrena si incarnò nelle acque amniotiche del Grembo Santo e Immacolato di Maria iniziando a respirare, al pari di ogni creatura umana, grazie ai numerosissimi e microscopici “polmoni mitocondriali” citoplasmatici presenti nel Suo microscopico corpicino appena concepito di Spirito Santo. Nell’esalare l’ultimo respiro sulla Croce diede testimonianza di come la cessazione definitiva della respirazione polmonare determinasse la conseguente cessazione definitiva della respirazione intracellulare. Alla Sua morte seguirono: la Discesa agli inferi prima, la Resurrezione e l’Ascensione al Cielo poi. Da tale Rivelazione si evince come la morte di una persona non coincida, sul piano teologico, con la cessazione irreversibile delle funzioni cerebrali che risiedono nel suo encefalo e che un elettroencefalogramma piatto è in grado di documentare, quanto con l’arresto definitivo e irreversibile della respirazione cellulare aerobica e anaerobica che ne manteneva vivi i tessuti. Soltanto nell’attimo in cui l’ultima cellula vivente avrà smesso di respirare, cessando definitivamente di ottenere e produrre energia, l’anima di una persona sarà libera di poter lasciare il corpo nel quale era stata infusa al momento del concepimento. Nel libro della Genesi il Dio della vita soffiò nelle narici mitocondriali dell’uomo unicellulare, infondendovi l’anima e permettendogli sul piano biologico di iniziare a immagazzinare energia sotto forma di ATP mediante le reazioni oggi conosciute di ossidoriduzione, specifiche dei vari processi cellulari. Con quel soffio di vita Dio mise l’uomo, sin dalla sua condizione zigotica, a fondamento, centro e apice dell’universo dotandolo di un’anima immortale in un corpo mortale in vista della Venuta di Cristo, il Suo Unigenito, che sul Calvario dall’alto della Croce avrebbe esalato l’ultimo respiro, dopo avere assunto l’intera umanità nella Sua Santa Corporeità per redimerla e salvarla. All’esordio della vita sulla Terra e all’inizio di ogni concepimento risulta pertanto vitale per una cellula zigote avviare la respirazione cellulare in concomitanza con l’infusione da parte di Dio della sua anima. Così come all’esordio della Vita Eterna, che è l’accesso all’oltre vita, è necessario che ci sia l’arresto definitivo di tutte le funzioni biochimiche corporee e di ogni pur minima attività respiratoria residua all’interno delle singole cellule, perché l’anima possa separarsi dal suo corpo. Conformemente a tali dinamiche, l’anima sarà libera di fare ritorno a Dio riconoscendolo o disconoscendolo quale suo Creatore, Redentore e Salvatore. Tutto ciò rende ancora più comprensibile la Discesa agli inferi di Gesù, in Anima e Corpo, realizzatasi nell’incorruttibilità della Sua Carne durante le quaranta ore che seguirono il Suo decesso e che hanno preceduto la Resurrezione. Queste 40 ore sono il tempo della Misericordia che l’Amore Infinito Trinitario di Dio ha voluto donare all’umanità, affinché ciascun figlio dell’uomo e Suo figlio nell’Unigenito giunto al termine della parabola terrena, possa sperimentare quale ultima ancora di salvezza prima di venire sottoposto al “Giudizio particolare”. In quest’ultimo tempo v’è ancora la possibilità, per ogni anima dei defunti, di fare appello al Perdono del Padre celeste, manifestando tale volontà dalle compagini del Corpo morto ma non decomposto di Gesù Cristo, Suo Unigenito. 40 sono i giorni della Quaresima, 40 furono i giorni del lungo digiuno di Gesù nel deserto, 40 i giorni che Il Maestro trascorse con i Suoi discepoli da Risorto, 40 i giorni del diluvio universale, 40 i giorni che Mosè passò sul Sinai, 40 i giorni che Caleb e Giosuè impiegarono per esplorare la Terra promessa, 40 i giorni e le notti impiegati dal profeta Elia per raggiungere l’Oreb, 40 i giorni della predicazione di Giona a Ninive e 40 gli anni impiegati dal popolo di Israele nell’errare nel deserto. La vita dell’intera umanità è scandita da questo ritmo quaresimale in vista ma nella certezza di conseguire la Gioia pentecostale quale frutto maturo della Resurrezione.
Tornando al Sacro Cuore di Gesù spezzato dall’Amore per l’umanità, il versamento di Sangue nel Calice pericardico denominato emopericardio per essersi potuto configurare ha avuto bisogno che il Sangue abbia iniziato a fluire dall’interno delle camere cardiache e dei grossi vasi verso l’esterno. Dalle quattro cavità del Cuore di Dio rivestite da endocardio e dal lume dei grossi vasi, rivestiti da endotelio, il Sangue ha inondando il Calice pericardico facendosi spazio attraverso le lesioni miocardiche e della tonaca muscolare dei grossi vasi. Il pericardio è un sacco sieroso che avvolge il cuore e si estende fino alle radici dei grossi vasi: aorta, arteria polmonare, vena cava superiore e inferiore. La membrana del pericardio di Cristo s’è dunque trasformata in un Calice colmo di Sangue. All’interno di tale voluminosa raccolta ematica intratoracica ha avuto luogo progressivamente la sedimentazione e stratificazione dei componenti corpuscolati più pesanti – globuli rossi, globuli bianchi e piastrine – nel punto più declive del Calice. Tali elementi, stratificandosi in basso, hanno assunto una tipica colorazione rossa mentre la componente plasmatica più leggera, disponendosi in alto e galleggiando sulle cellule ematiche assumeva una colorazione acquosa giallo-paglierino. Nessuno al mondo, ad eccezione di Maria Santissima e San Giovanni impietriti e immobili ai piedi della Croce, avrebbe mai potuto immaginare l’immane prodigio d’Amore che stava per compiersi. L’azione cruenta e provvidenziale della lancia del soldato romano, trafiggendo il Costato di Cristo, permise al Sangue sedimentato di fluire all’esterno del Calice pericardico per versarsi nel sottostante Calice materno. La frazione del Pane che il Celebrante compie sull’Altare evoca la rottura del miocardio, il Vino e l’acqua che versa nel Calice il riempimento del Pericardio di Cristo mentre la seconda elevazione del Calice rimanda al Calice materno sottostante la trafittura del torace di Cristo, che ne accoglie il Divino Contenuto. In accordo con la testimonianza offerta dall’apostolo Giovanni che attesta di avere visto Sangue e Acqua sgorgare dal Costato trafitto, la frazione del Pane rappresenta un grande segno sacramentale mediante il quale Il Padre Celeste realizza letteralmente, su esplicita richiesta del Suo Unigenito, la Ricapitolazione finale del creato nel Suo Cuore spezzato e nel Suo torace trafitto. «Padre, se vuoi, allontana da me questo Calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua Volontà». Il Padre ha esaudito tale Preghiera, vuotando e allontanando nella Potenza dello Spirito Santo l’intero contenuto ematico che si era sedimentato nel Calice delle altezze. Tale Divino contenuto continua a versarsi incruentemente ad ogni Consacrazione sugli Altari Eucaristici di tutto il mondo, in ubbidienza alla forza di gravità, nel Calice materno della Valle di lacrime sottostante. La Ricapitolazione del Creato è ora compiuta in pienezza sponsale da Cristo che, avendo preso su di Sé tutte le conseguenze del peccato, fino a sperimentarne sulla Sua Persona la tenebrosa separazione ematica della componente corpuscolata da quella acquosa, ha voluto così riedificare l’intera creazione per mezzo della Sua Passione, Morte, Resurrezione, Ascensione e Seconda Venuta sulla Terra. Grazie alla Sua Passione e Morte Gesù ha difatti riscattato l’umanità intera, dall’uomo Acqua all’uomo Sangue; mediante la Sua Resurrezione ha donato alle anime dei defunti e ai viventi della Terra, nel Suo Corpo Mistico, il nuovo domicilio; in forza della Sua gloriosa Ascensione ri-presenta al Padre tutti i Suoi figli che, procreati sulla Terra, erano usciti dalla Casa paterna e, infine, al compiersi della Sua Seconda Venuta, già in atto nella Parusia sacramentale eucaristica, separerà nel giorno del Giudizio universale le anime dei definitivamente separati dal Suo Amore, che avranno scelto la condizione infernale di dannazione eterna pur beneficiando di un corpo risorto, dalle anime degli eletti che riceveranno nella beatitudine eterna del Paradiso i loro corpi risuscitati e glorificati nella Sua Corporeità Gloriosa.
Nel rito romano la liturgia evidenzia il momento cruciale della rottura definitiva del Cuore di Cristo mentre gli altri riti, compreso il rito ambrosiano, evidenziano la rottura in due tempi lungo la via della Croce. Nel rito romano pertanto l’atto della frazione del Pane segue e non precede la recita del Padre Nostro. Non v’è peraltro incoerenza tra i diversi riti quanto una grande ricchezza nell’esprimere i diversi contenuti teologici e anatomo-patologici volti a focalizzare aspetti differenti di un medesimo enorme Sacrificio d’Amore per la Salvezza dell’umanità. La preghiera si conclude con le Parole rivolte a Cristo dal Celebrante e dall’assemblea: «Tuo è il Regno, Tua la Potenza e la Gloria nei secoli».

PREGHIERA E RITO DELLA PACE
Il segno della Pace è in riferimento alla Pace data da Cristo che affonda le sue radici nel Corpo Mistico, all’interno del quale ciascun uomo è Sua cellula, immortale nell’anima e mortale nella carne. Ciò che si comunica con il rito della Pace non sono pertanto i buoni sentimenti o i pii desideri e, ancor meno, l’augurio di venire esentati da grossi problemi con l’auspicio che le guerre siano lontane da noi, si tratta in realtà di una Pace speciale irradiantesi dalla Persona di Gesù. Questi, avendo adempiuto in pienezza la Volontà del Padre Celeste ci comunica la Sua Pace e ci fa pregustare già sulla Terra un anticipo di quella che sarà la vita di relazione in Paradiso. Il segno della Pace è dunque fondamentalmente il segno della Pace eucaristica post-Pasquale nel Trionfo definitivo di Cristo sulla morte e sul peccato. Una Pace ottenuta a prezzo di Sangue, che deve essere trasmessa da persona a persona poco prima della Santa Comunione, al fine di preparare interiormente i fedeli alla Gioia senza fine che pervaderà da cima a fondo la Nuova Vita. È dunque la Pace del Risorto, la medesima che nel Cenacolo fu comunicata agli apostoli da Gesù a porte chiuse e ai due discepoli di Emmaus durante il cammino e nella frazione del Pane. In riferimento al primo episodio, Gesù mangiò il pesce arrostito che i Suoi apostoli avevano già preparato. Il pesce, in greco antico Ἰχθύς rimanda, con il suo acronimo, alla sterminata schiera di fratelli che sono morti prematuramente nel grembo materno e che ora vivono nel fuoco ardente dello Spirito Santo riponendo tutta la loro fiducia e il loro amore in “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Sono anime bisognose di preghiere, di Celebrazioni eucaristiche, di buone intenzioni, di opere di carità e di indulgenze che sono in qualche modo mancate durante la loro vita terrena. Soprattutto hanno un desiderio impellente di partecipare alla Comunione sacramentale per poter essere individualmente transustanziate nel Corpo e nel Sangue di Cristo sull’Altare, divenendo in Lui, con Lui e per Lui quella pregiata Pietanza gradita a Dio Padre. L’Eucarestia è il Cibo di Vita Eterna, perché è l’unico alimento in grado di riunire l’umanità intera in Un Solo Corpo Vivente che contenga il Cielo e la Terra. La Pace espressa nel rito è ancora la pace che ha avuto inizio nella Veglia pasquale, laddove la Luce viene attinta dal Cero pasquale che è Cristo per rischiarare ogni cosa. La medesima Pace è, infine, quella pace che illuminerà la Seconda Venuta di Gesù nella Gloria dei Suoi angeli e dei Suoi santi per quanti avranno creduto in Lui, amandolo fino alla fine dei tempi. È la Pace sovrana che pacificherà ogni cosa, separando definitivamente i capri dalle pecore, il grano dalla zizzania, i chicchi dalla pula, i pesci buoni dai pesci cattivi, i falsi frutti dai veri frutti, l’uomo che si trova in terrazza dall’uomo che scenderà in casa, l’uomo che si trova nel campo dall’uomo che tornerà indietro, la donna che macina il grano per farne un solo Pane di Vita dalla donna che macina il grano per farne cibo perituro della terra, l’uomo che si trova sul letto di morte e confida in Dio dall’uomo che si trova sul medesimo letto ma confida nell’uomo. La trasmissione della Pace di Gesù da persona a persona sia pure attraverso un semplice sguardo, con o senza la conferma della voce, con o senza la stretta di mano, è dunque un segno potentissimo che apre alla Comunione secondo la logica di Dio e non più dell’uomo.

FRAZIONE DEL PANE
Il Pane che il sacerdote spezza sull’Altare prima o dopo la preghiera del Padre Nostro è dunque il Corpo di Cristo che, nel dare al mondo tutto ciò che ha ricevuto dal Padre, spezza il Suo Cuore e ne effonde il Suo Sangue. La componente muscolare del Suo Cuore si spezza unitamente all’endotelio e al mesotelio di rivestimento, fino a rompersi definitivamente sulla Croce con l’ultimo grido. Il Sacerdote, prima di comunicarsi al Corpo e al Sangue di Cristo, subito dopo la genuflessione, innalza per l’ultima volta l’Ostia consacrata e invita i fedeli a prendere parte al Banchetto eucaristico con le seguenti Parole tratte dalla nuova edizione del Messale Romano: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello».
In quest’ultima elevazione delle Sacre Specie viene soddisfatto in pienezza dal Padre Celeste il desiderio espresso dal Suo Unigenito nel Getsemani di farsi Cibo e Bevanda di Salvezza per gli uomini. La prima elevazione del Calice e della Patena rimanda all’offerta delle primizie della Terra che, dopo la Consacrazione, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. La seconda elevazione evidenzia la provenienza di entrambe le Specie presenti nel Sacrificio espiatorio dal Calice pericardico delle altezze. La terza elevazione rimanda al Calice materno, quale Acquedotto di Grazie per l’intera umanità, all’interno del quale transitano le medesime Specie per essere distribuite ai Suoi figli. Dei quattro tessuti fondamentali che compongono il Corpo di Gesù, sono il tessuto muscolare cardiaco e la cute a venire infranti ma non le Sue ossa, per quanto ogni cellula di quel Santo Corpo abbia severamente sofferto le crudeli torture inflittegli dal Getsemani al Monte del Cranio. La frazione del Pane non divide Cristo che è “integralmente” presente in ciascuna delle sue parti e in ogni singolo macroscopico e microscopico frammento liquido o corpuscolato rinvenibile sull’Altare. Il Suo Cuore continua a lasciarsi spezzare dal dolore e dai traumi accidentali che accorrono lungo le salite della vita, per potere raggiungere la realtà umana di ogni singola persona e poterla in tal modo redimere e salvare individualmente. Gesù continua a operare tale prodigio a Cuore fermo e spezzato e non  a Cuore integro e battente, avendo preso su di Sé tutte le conseguenze del peccato, costruttore di morte.
In ogni frammento di quel Cuore innamorato v’è dunque la totalità di Cristo che, nella parentesi spazio-temporale della Celebrazione, dall’alto della Sua infinita Misericordia, continua a donare a ciascuna anima il Fiume in piena della Vita che ha sconfitto definitivamente la morte dagli azimi acquiferi della condizione umana al tempio pluricellulare ematico della sua compiutezza. Al pari dello scorrere impetuoso di una cascata, tale Sorgente impetuosa ha preso a scorrere dall’alto della Croce, per donare Vita lungo la sua corsa gravitazionale ad un’umanità giacente in una Valle di lacrime, senza speranza e sempre più sommersa dal suo immane peccato. Le mani e le Parole proclamate dal Sacerdote ad ogni Celebrazione, continuano a donare al mondo questo Divino Contenuto che il Cuore di Sua Madre raccoglie puntualmente distribuendolo ai Suoi figli, senza che mai si consumi. Le stesse mani sacerdotali continuano imperterrite ad elevare e ad abbassare quel Calice materno, nella direzione del Pericardico squarciato del Figlio Crocifisso, in segno di Onore, Lode e Grazia da tributare alla Sorgente della vita. Ogni santità di ieri, di oggi e di domani attingerà sempre e unicamente da questa Fonte di purissimo Amore tutta la sua eroicità, manifestata agli uomini o tenuta nascosta nel segreto del Padre.

DIGIUNO EUCARISTICO
Privarsi dall’assumere alimenti solidi e/o liquidi almeno un’ora prima di ricevere la Comunione sacramentale, in accordo con le modalità preposte dalla Chiesa, ha un valore preminente ai fini del metabolismo fisiologico e spirituale che sta per compiersi nella carne del comunicando. Tale astensione permetterà difatti, su un piano fisiologico, l’assorbimento pressoché completo delle Sacre Specie a livello cellulare, consentendo ai parenchimi nobili dell’organismo -cuore, cervello e reni – di venire raggiunti e nutriti in brevissimo tempo dalla santa Comunione. Il periodo di astensione dagli alimenti liquidi e/o solidi consentirà ancora di velocizzare, a livello gastroenterico, il transito intestinale e di favorire l’assorbimento del Santissimo Sacramento una volta che questi avrà attraversato la parete intestinale. Le Sacre Specie, passate in circolo nei capillari venosi, raggiungeranno in fretta i parenchimi degli organi nobili summenzionati e, in piccola parte, i restanti tessuti dell’organismo che si è comunicato al Corpo e al Sangue di Cristo. Nel rispetto di tale norma bisogna assolutamente evitare l’irriverente evenienza che una parte dell’Eucarestia possa essere eliminata con i materiali di rifiuto ingeriti in precedenza e finire conseguentemente all’esterno dell’organismo piuttosto che al suo interno quale preziosissimo divino nutrimento. Le Sacre Specie che sono state assunte in maniera appropriato sia sul piano spirituale che temporale esprimono, da un lato, l’assimilazione del corpo del fedele al Corpo del Risorto e la sua invisibile “Deificazione” nella Comunione degli angeli e dei santi e, dall’altro, l’assimilazione del Corpo del Risorto nella carne del fedele. Nello stesso tempo in cui la carne dei fedeli si nutre del Corpo di Cristo e del Suo Sangue, lo stesso Corpo cresce e viene nutrito dai fedeli. Le Sacre Specie, una volta ridotte dai processi digestivi nelle componenti più elementari di zuccheri semplici e, ulteriormente “demolite” in molecole ancora più piccole che le permetteranno di passare in circolo sotto forma di minuscoli pezzettini, forniranno, non più soltanto l’energia da utilizzare sotto forma di ATP quanto una Fonte incommensurabile di Energia Trinitaria amministrata dallo Spirito Santo. Il fedele sacramentato viene in tal modo reso capace di un amore fuori dal comune nel servizio verso i fratelle d’esilio, a iniziare da quanti hanno perso l’appetito sacramentale fino a sperimentare talvolta una vera e propria Anoressia Eucaristica.

SPECIE EUCARISTICHE
Il Cuore di Gesù e il Suo Sangue sono le vivande della Santa Cena. La prima portata del Banchetto eucaristico è l’Agnello pasquale cui segue il Suo Sangue, quale bevanda. Nella Chiesa ortodossa le due Specie costituite da Pane fermentato e da Vino rosso, vengono mescolate con acqua tiepida nel Calice e distribuite ai comunicandi. Nel rito romano molto spesso la Comunione è data nella sola Specie del Pane azimo, sottintendo che la Carne dell’Agnello al Suo interno abbia anche il Sangue. La Specie del Vino che diventa Sangue svolge in realtà funzioni fisiologiche che altri tessuti non possiedono. La funzione connettiva del Sangue di Cristo sancisce il passaggio dal Battesimo di penitenza nelle Acque del Giordano al Battesimo di Sangue sgorgato dall’alto della Croce sul Golgota, a Cuore fermo e a componente liquida e corpuscolata stratificate. In tal senso tale Specie prevede l’aggiunta di un piccolo quantitativo d’acqua, quale segno dell’immersione di Gesù nelle acque del fiume che dal lago di Tiberiade pieno di vita scorre al mar Morto ricolmo di morte. Il fedele comunicato diviene, in senso allegorico, icona vivente della Terra promessa nella quale è l’Eucarestia la fonte della Vita, discendendo fisicamente dall’alto della sua cavità orale lungo la verticale serpeggiante dei tratti faringeo, esofageo, gastrico, duodenale e ileale, similmente alla discesa sinuosa del fiume Giordano. L’Eucarestia offrirà al fedele, nel passaggio finale orizzontale dell’assorbimento intestinale che ne sancirà il transito nei vasi sanguigni e dunque all’interno delle cellule, la Sua Onnipotenza misericordiosa per nutrire dapprima i parenchimi nobili e dunque l’intero organismo. Il Vino del Signore transustanziato nel Calice gode la peculiarità di essere un Sangue cadaverico che si è sedimentato all’interno del Calice pericardico. Sia il Sangue che il Corpo di Cristo pur avendo conosciuto la morte non ne conosceranno mai la corruzione in quanto proiettati verso la Resurrezione. Nella Morte espiatoria e non decomposta di Cristo è stata assunta tutta la morte putrefatta e in disfacimento biologico che il peccato aveva prodotto e continua a produrre sulla Terra e nei Cieli. È soltanto morendo in Cristo, per Cristo e con Cristo che si potrà Risuscitare in Lui ed è dentro il corpo di ciascun fedele comunicato, trasformato per grazia da sepolcro nuovo in tabernacolo vivente, che la Resurrezione ha luogo. Le opere di carità, la non omissione, la cura nei riguardi del prossimo e le buone intenzioni che il fedele sacramentato compie nella vita quotidiana vivificheranno quanto nella Corporeità di Cristo, che ha appena assunto con l’Eucarestia, era morto e senza alcuna possibilità di venire riscatto. Nel Corpo azimo consacrato di Cristo non v’è ancora il Suo Sangue se non in forma codificata nel genoma, perché Pane azimo non lievitato e non fermentato mentre nel Suo Sangue oltre agli elementi corpuscolati della serie bianca e rossa vi sono anche le cellule somatiche del Suo Cuore spezzato, in esso disperse. Il gesto antico della “Commistione”, commixtio o immixtio, che il Sacerdote compie aggiungendo al Vino versato un piccolo frammento di Ostia Consacrata, avvalora la provenienza intra-toracica di quel minuscolo e imprescindibile frammento di Cuore immerso nel Preziosissimo Sangue versato da Dio sulla Croce. Da questo piccolo Frammento, come da un minuscolo embrione, ha avuto inizio la Gestazione fisica e spirituale della Chiesa universale formata dagli azimi cellulari zigotici di ogni figlio della Terra. L’Ostia azima sottolinea il momento del concepimento di ogni vita umana e il punto d’inizio dell’incarnazione di Cristo che redime sin dal principio ciascun uomo per donargli una Salvezza totale. La crescita nel tempo e nello spazio della Chiesa sarà dunque santa e immacolata nella santità e nell’immacolatezza di Cristo in gestazione spirituale, sin dalla condizione sacramentale zigotica, nel Grembo santo e immacolato di Maria. La fedele partecipazione dei fedeli a tale Mistero permette agli azimi del Corpo di Cristo di crescere nel Grembo verginale di Maria, Madre della Chiesa e di ogni figlio della Terra, abbracciando i confini estremi della Terra fisica nel Corpo Mistico in inarrestabile crescita gloriosa.
L’espressione: “mea Domina” da cui hanno avuto origine i titoli di “Madonna” e quello di “Mia Signora” compresa la formula espressa da San Giovanni Paolo II nel : “Totus Tuus”, rappresentano la filiale esternazione delle anime innamorate che, nella consapevolezza di essere stabilmente nutrite dall’Amore dell’Unigenito, desiderano mediante tali attributi, ringraziare la Madre universale per il continuo sacrificio di Sé nel dono del Suo Grembo immacolato al Padre Celeste per la redenzione e salvezza di tutti i figli nel Suo Unigenito. Tale anime “spasimanti” d’amore indicano sino alla noia ai loro fratelli d’esilio, in Maria, la strada maestra per fare ritorno nella Casa del Padre. È, difatti, grazie all’impetuoso scorrere del Fiume di Morte e Vita sgorgato dal Costato trafitto di Cristo che la Chiesa viene continuamente rigenerata, rigenerando a Sua volta le anime e i corpi dei Suoi figli sin dagli azimi della Redenzione operata da Cristo. Questa divina e umana Realtà ecclesiale, definita “Teandrica”, non è dunque opera umana ma un autentico capolavoro di umanità sacramentata che in quanto peccatrice accoglie tutti i Suoi figli peccatori nella Divinità di Cristo per la Santità di Maria. Ciascun figlio, conseguita l’immacolatezza zigotica della sua carne nel Corpo dell’Unigenito e totalmente rigenerato nel Grembo materno nella Potenza dello Spirito Santo, potrà solo allora essere consegnato alla Santità sovrana del Padre Celeste, Spirito e Verità. La Chiesa universale, cattolica, apostolica, romana, nella Santità di Maria e nella Divinità di Gesù diviene il ponte fisico e metafisico che Dio ha dato agli uomini di ogni tempo e luogo per unificare, nella condizione spaziale e temporale della Celebrazione Eucaristica, i vivi e i morti dell’intera umanità con gli angeli e i santi del Purgatorio e del Paradiso nel trionfo definitivo sul maligno. I Suoi presbiteri, senza tregua, celebrano e rendono sacro sugli Altari eucaristici l’umanità di ogni tempo, ritenuta profana e impura dallo stesso Pietro, perché Dio Padre l’ha purificata in Cristo Gesù ridonandole dignità nel Suo Unigenito (At 10, 9- 16). Il Dio della Vita ha così ucciso nel Sacrificio espiatorio dell’Unigenito ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo che, consacrati nelle Specie eucaristiche, sono per tre volte elevati nel Calice e nella Patena e altrettante volte adagiati sulla grande tovaglia quadrangolare del Corporale che, come una Sindone, continua ad accogliere il Corpo azimo ed esanime del Signore pronto a risuscitare nella carne del fedele con i suoi pensieri, le sue parole ed opere senza più omissioni. È in questo contesto che san Giovanni apostolo continua ad accogliere Maria Santissima nella sua casa, che è la Chiesa, in ubbidienza al comando del Maestro morente.
In tutti i riti della Chiesa universale, la santa Comunione è sempre Comunione nelle due Specie consacrate, anche qualora venga somministrata sotto le sembianze del solo Pane. Un cuore senza sangue non ha vita e non può dare vita, in quanto contraendosi e rilasciandosi senza contenuto ematico sarebbe impossibilitato a connettere a sé le cellule dei tessuti corporei attraverso la Sua implacabile azione ritmico-propulsiva sisto-diastolica. Analogamente il sangue, senza la forza propulsiva del cuore, non potrebbe scorrere lungo i vasi e i capillari sanguigni dell’organismo irrorandone, al pari delle acque che defluiscono all’interno di un acquedotto, tutte le regioni del corpo. Tali dinamiche ed emodinamiche antropologiche, spirituali, fisiche e metafisiche, costituiscono un invito a soffermarsi sul valore inestimabile che ciascuna particola riveste per il singolo fedele che la riceve quale “Rendimento di Grazie”. L’Eucarestia individua nella Consacrazione degli azimi l’esordio di un processo mitotico e meiotico di crescita fisica e spirituale che sono propri del Corpo Mistico e del tutto analoghi alle mitosi e meiosi che si compiono nell’organismo umano normale. Ne consegue che la Consacrazione non sarà mai identica alla precedente, arricchendosi di nuovi azimi che incessantemente andranno ad adornare e incrementare il Corpo di Cristo impreziosito di nuovi santi resi degni di partecipare al Mistero. È la loro eroicità a irrompere senza far rumore nel fedele sacramentato, dandogli quella forza sovrannaturale e le giuste intuizioni per affrontare in Cristo tutti i momenti della vita di ogni giorno. A coloro che non possono ricevere la Comunione sacramentale viene in soccorso la Comunione spirituale, che permette di partecipare ugualmente alle suddette dinamiche fisiche e metafisiche di infinito Amore nella potenza dello Spirito Santo.

RITUALE DELLA COMUNIONE SACRAMENTALE
La Santa Comunione, epicentro di ogni forma di vita visibile e invisibile, è il Viatico che mediante il Cuore propulsore e il Sangue di Cristo, trasporta, distribuisce e difende l’Amore infinito trinitario che Dio ha nei riguardi dell’uomo. La Sua funzione consiste nel donare gratuitamente ad ogni cellula visibile e invisibile della terra e dei cieli il dono supremo della connessione al Corpo Mistico del Signore. Gli effetti benefici della Santa Comunione oltrepassano infinitamente ogni confine fisico, qualsiasi barriera architettonica e qualsivoglia lasso di tempo unendo la Terra ai Cieli. È il momento solenne della Celebrazione eucaristica in cui nel corpo del comunicando avviene l’incontro fisico e metafisico con i santi di questa e di altre generazioni, divenuti parte costitutiva del Corpo e del Sangue di Cristo. Il fedele comunicato, nel riceverla sacramentalmente, assume il significato di un sepolcro vuoto e nuovo nel quale l’Agnello pasquale è stato deposto in attesa della Sua Resurrezione mediante le opere di carità che cambieranno il mondo. Restando immobili al proprio posto o disponendosi ordinatamente in fila indiana, a seconda delle direttive ecclesiastiche, si assumerà in questo secondo caso una disposizione simile a quella degli eritrociti disposti uno dietro l’altro all’interno dei capillari alveolari, nell’interfaccia aria-sangue dei due polmoni. La possibilità che la Comunione possa essere somministrata sotto forma di Viatico ai moribondi, la distribuzione delle Ostie consacrate agli infermi e l’Adorazione eucaristica, sono ulteriori elargizioni divine di grazia che la Chiesa universale offre sin dalle Sue origini per il nutrimento, la redenzione e la salvezza dei Suoi figli. Il Corpo Mistico della Chiesa universale è il Cuore pulsante di Cristo Morto e Risorto che batte all’interno del Corpo immacolato dell’Assunta, nel Suo Grembo verginale di Madre. L’antica consuetudine di conservare le Ostie consacrate all’interno del Tabernacolo rimanda alla realtà mistica del fedele che, con i suoi tre tabernacoli corporei deambulanti continua la distribuzione delle Grazie eucaristiche portandole al di fuori delle mura dove si è svolta la Celebrazione. Il celebrante, dopo essersi per primo comunicato e avere distribuito la Santa Comunione, riponendo le particole avanzate nella Pisside, versa nel Calice oramai vuoto dell’acqua attinta dall’ampollina. Con opportune manovre rotatorie deterge accuratamente le pareti della Coppa per rimuoverne ogni eventuale residuo di Vino e di Pane consacrati, bevendo l’intero contenuto. Nello stesso Calice è stata detersa minuziosamente anche la Patena e, in ultimo, mediante un apposito fazzoletto, denominato purificatoio, asciuga minuziosamente le pareti interne e il fondo della Coppa perché nulla dell’Agnello sacrificale vada perduto. Il Calice e la Patena sono il segno tangibile della presenza di Maria sull’Altare, vale a dire di Colei che è stata scelta dal Padre celeste quale Contenente eletto del Divino Contenuto a Nazareth, al momento dell’Incarnazione e sul Golgota nel momento della Sua immolazione. L’impiego del purificatoio testimonia come Maria non trattenga nulla per Sé del Sacrificio compiuto da Cristo, neppure una minuscola goccia o un frammento di Pane, lasciandosi Tutta attraversare e detergere perché Tutto passi e scorra a valle a beneficio dei Suoi amatissimi figli della cui Salvezza Ella è il tramite.

BENEDICTUS
L’inno di Zaccaria è un cantico parabolico di collegamento tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, tra ciò che precedette l’Incarnazione e il dopo dell’immolazione, tra il Battesimo d’immersione nelle Acque e il Battesimo di effusione del Sangue e dell’Acqua, tra quanto fu profeticamente annunciato e ciò che è stato pienamente realizzato.

MAGNIFICAT
L’inno che Maria eleva a Dio è intriso di Parole che fuoriescono dal profondo del Suo Cuore di Madre di tutti gli uomini, dunque è la prefigurazione della Maternità universale che riceverà da Cristo ai piedi della Croce. In esso vengono espressi con discrezione la figliolanza di Maria nei riguardi del Padre celeste, la sponsalità con lo Spirito Santo che culmineranno nella Maternità della Chiesa universale. Le Sue Parole sovrastano in dignità, spessore e contenuto qualsiasi altro componimento e tutte le generazioni con le loro popolazioni di Acqua, di Sangue, di Terra e di Cielo La chiameranno Beata, perché ciascuna anima non potrà che riconoscerla quale sua Madre così ogni angelo quale sua Regina.

RITI DI CONCLUSIONE

BENEDIZIONE E INVIO
Benedizione finale e invio sono esortazioni a spostare la pietra sepolcrale del proprio io, dove è stato sepolto Gesù e trasmetterLo agli altri mediante le opere di carità quotidiana. Entrambe le esortazioni hanno la funzione di confermare il credente nel servizio verso i fratelli, conservando integre le proprietà del sale e incoraggiandolo nel comunicare al prossimo i frutti spirituali e materiali del Sacrificio espiatorio ricevuto. Tali frutti testimoniati nella propria vita sono la garanzia della Presenza di Gesù in mezzo agli uomini fino alla fine dei tempi e sono: “Amore, Gioia, Pace, Pazienza, Benevolenza, Bontà, Fedeltà, Mitezza e Dominio di sé.” (Galati 5, 22). La Benedizione finale nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, congiuntamente all’invio e all’invito a essere sempre testimoni autentici e fedeli della Resurrezione, in ogni circostanza favorevole e sfavorevole di vita, rimandano alla seconda parte della Benedizione e dell’invio impartito da Gesù ai discepoli al momento dell’Ascensione.

BACIO DELL’ALTARE
Il sacerdote infine bacia ancora una volta Cristo nell’Altare della Resurrezione in segno dell’intima relazione tra l’amato e l’Amante e a nome dell’intera assemblea.

CENNI AD ALCUNI ELEMENTI LITURGICI E STRUTTURALI

ICONOGRAFIA DEL CROCEFISSO
Se si utilizza soltanto il legno o altro materiale per la sua rappresentazione senza riprodurre la fisicità di Gesù, si desidera verosimilmente focalizzare con tale opera il momento della deposizione dalla Croce. La croce latina diviene in tale contesto il segno tangibile del dopo morte, dal momento che erano i crocefissi a portare sulle loro spalle il patibolo, sulla via della croce. Laddove invece il Crocefisso è comprensivo della Persona di Cristo trafitto e inchiodato nel legno evoca i momenti successivi alla Sua morte, ancor più se viene riprodotta la ferita al Costato destro. Qualora il capo di Gesù non sia reclinato bensì col volto proteso verso l’alto, il contesto al quale rimanda è l’agonia delle tre ore che precedettero la Sua Morte.

IL FONTE BATTESIMALE
È la vasca presente all’interno di un Battistero o di una Chiesa. Forma e dimensioni sono variabili mentre le sue Acque sono utilizzate da un ministro ordinato della Chiesa per amministrare ai battezzati e ai catecumeni il sacramento del Battesimo per infusione o per immersione. Il Fonte battesimale rimanda al Grembo immacolato di Maria che dal basso della Croce accoglie il Sangue e il Plasma del Suo Unigenito. All’interno del grembo mariano vi sono custodite pertanto le acque amniotiche di Morte e di Vita che avvolgono e proteggono il Corpo Mistico per tutto il tempo della nuova gestazione. Tali acque rappresentano tutte le acque descritte nella Sacra Scrittura, da quelle della prima Creazione in cui aleggiava lo Spirito di Dio, Suo Sposo, a quelle plasmatiche della seconda Creazione e Ricapitolazione totale del Creato del Sangue sedimentato di Cristo. Tra questi due estremi le acque del Grembo verginale e dilatato di Maria, che avranno composizioni e osmolarità diverse a seconda del trimestre di gravidanza, versandosi nei Fonti battesimali vi porteranno le acque del diluvio universale; quelle del fiume Nilo dove Mosè venne adagiato; quelle del paese d’Egitto trasformate in Sangue; le acque dell’attraversamento del mar Rosso da parte del popolo di Israele guidato da Mosè; quelle di Massa e Meriba; quelle del torrente dello Jabbok; quelle del fiume Giordano ai tempi del profeta Eliseo e di Naaman il Siro; le acque del fiume Giordano attraversate dal profeta Elia e le acque del medesimo fiume dove san Giovanni Battista battezzò per immersione il Redentore e Salvatore del mondo. Il Giordano nasce dal monte Hermon e, dopo avere raggiunto il mare di Galilea sfocia nel mar Morto dopo avere bagnato il territorio di ben cinque stati. Il Grembo di Maria, in tale contesto, diviene anch’esso luogo di contrapposizione e di discordanza così come la sede eletta della riconciliazione e del consenso. Tale Grembo è difatti la Terra promessa dove approda ogni cammino spirituale. Al Suo interno le acque del passato scorrono nel Corpo Mistico riprendendo vita nelle Acque Battesimali che l’avvolgono. La Chiesa, Corpo Mistico del Figlio, gode difatti di una circolazione embrionale e fetale doppia e incompleta per potere consentirne una crescita lenta e progressiva al prodotto del Suo concepimento. Gesù Risorto e Asceso al Padre, con la Sua Seconda Venuta continua a venire in mezzo a noi quale cibo e bevanda che entrano a far parte della nostra corporeità. Nella Sua ultima Venuta siederà su un’inestimabile processione di anime di nostri fratelli e sorelle che, come nubi nel cielo, ascendendo senza sosta al Padre celeste, costituiranno il Suo trono, impalpabile come vapore acqueo. La Parusia, nell’accezione cattolica, restituisce pienezza al suo significato originario platonico di “Presenza” facendosi  Gesù presente nell’Eucarestia fino alla fine dei tempi, quale compimento di tutte le precedenti Teofanie.

L’ACQUA SANTIERA
È un recipiente di varia forma posto generalmente all’ingresso della Chiesa contenente l’Acqua santa. Rappresenta per il fedele in entrata o in uscita un solenne invito a soffermarsi sul valore profondo che le acque rivestono nella vita di Fede. Per motivi igienici, in questo periodo di pandemia, tali contenitori sono senz’acqua. L’invito a segnarsi nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con le dita della mano destra inumidite nell’Acqua santa rimandava il fedele alla memoria della sua incorporazione nel Grembo di Maria mediante il Battesimo, sacramento che costituisce la porta d’ingresso nella vita della Fede. Il rimando successivo era in direzione delle acque sgorgate dal Pericardio trafitto di Cristo crocefisso e, più precisamente, alla componente plasmatica galleggiante su quella corpuscolata. Ogniqualvolta il fedele entra ed esce da una Chiesa, è invitato comunque a vedere racchiusa l’intera sua vita tra le acque del Battesimo, il primo dei sette Sacramenti grazie al quale ha ottenuto la liberazione dal peccato originale e le acque del Battesimo di Sangue che ne è il compimento, in virtù del quale ha ottenuto la remissione, il perdono e l’assoluzione dei peccati e, dunque, la Redenzione e la Salvezza. In virtù di tale percorso, ciascun fedele rafforza la consapevolezza di essere passato dalla vecchia condizione esistenziale di “figlio dell’uomo” al nuovo traguardo trinitario di “figlio di Dio”. Mediante il segno di Croce attuato con le dita inumidite ricorda, dunque, il primo “lavacro di rigenerazione” attraverso cui fu transitato dalle acque di morte alle Acque amniotiche della vita, quale neo-battezzato, e il secondo “lavacro di espiazione” che Cristo ha pagato per lui. L’Acquasantiera priva dell’Acqua santa è il monumento commemorativo di tale Verità.

IL TABERNACOLO
Si tratta di una struttura solitamente poco distante dall’Altare all’interno della quale vengono gelosamente custodite le Ostie consacrate non consumate nella Celebrazione eucaristica. Il tabernacolo, impreziosito all’interno e all’esterno con decorazioni e materiali preziosi, può considerarsi la “dimora provvisoria” del Corpo di Cristo in cui Gesù sacramentato viene deposto in attesa di vivificare la vita dei fedeli alla prossima Celebrazione o anche al di fuori di essa. Il tabernacolo è pertanto figurazione del sepolcro nuovo che Giuseppe di Arimatea fece scavare nella roccia poco distante dal luogo della Crocefissione. La roccia simboleggia la Parola granitica di Dio scavata in profondità nel cuore del fedele, luogo dove viene deposto il Corpo inanimato di Cristo e sede dalla quale risusciterà. Il tabernacolo, la cui collocazione è fondamentale nella disposizione architettonica interna di una Chiesa, diviene anche figurazione del Grembo gravido di Maria con dentro in gestazione il Corpo Mistico dell’Unigenito. Il segno di Giona profeta rimanda alla discesa agli inferi di Gesù che, nel giorno santo del silenzio di Dio, libera le anime prigioniere e ne assimila gli azimi della loro nuova condizione creaturale al Pane eucaristico. Il grande cetaceo degli oceani, mammifero come l’uomo, diviene il simbolo della Vita che, inarrestabile, prosegue nella Resurrezione. I pesci esprimono la fase intrauterina della vita dell’uomo e rimandano agli unici vertebrati che sopravvissero al diluvio universale, nuotando con le loro pinne e respirando con le loro branchie nelle stesse acque che tennero a galla l’Arca di Noè. Nei due episodi evangelici della moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, Unitamente ai pani ritroviamo nuovamente i pesci quali principali attori della prefigurazione del Mistero eucaristico . San Pietro, nella sua seconda lettera afferma come dinanzi al Signore un giorno equivalga a mille anni e mille anni a un solo giorno, lasciando evincere come i tempi degli uomini non sono i tempi di Dio. Ciascun fedele comunicato dovrà, come il profeta Giona, lasciarsi fagocitare dal grande cetaceo delle profondità oceaniche del mistero umano embrionale e fetale e, una volta liberato, profetare nella Ninive che gli è stata affidata la Verità del Vangelo a tutte le anime riluttanti e prigioniere che vi risiedono. Il medesimo fedele diviene ancora figurazione di quel sepolcro nuovo scavato nella roccia granitica della Parola di Dio, che custodisce al suo interno gelosamente il grande Mistero da poco compiutosi sul Golgota. Così come è ancora immagine del tabernacolo “marianizzato” collocato nei pressi dell’Altare, sempre pronto a dare Cristo ai fratelli nel corso della Celebrazione e nella vita di ogni giorno. Il comunicando è queste cose insieme, dal momento che il giardino della sua corporeità redenta, salvata e santificata, si è talmente armonizzato con la sua anima al punto da potere osare chiedere al Padre celeste, per bocca del celebrante, di venire trasformato in un “sacrificio perenne” a Lui gradito. La grazia santificante dei Sacramenti, unitamente alle opere di misericordia corporale e spirituale che compirà potranno realizzare questo inimmaginabile prodigio.
La prima Tenda dell’Alleanza, che per anni rappresentò per il popolo ebraico in cammino il più solenne e valido sostegno nel travagliato viaggio della vita, costruita con materiali e tessuti idonei a custodire e a trasportare in quei luoghi desertici il Suo prezioso contenuto, fu trasformata da Salomone nel  Tempio di Gerusalemme, le cui fondamenta affondavano sul monte Sion. L’embrione umano, dalla regione desertica delle tube uterine, dovrà anche lui impiantarsi nel territorio montuoso del Sion uterino dove, affondando le sue radici miometriali darà luogo all’ulteriore sviluppo e alla magnifica crescita del Tempio umano tripartito e compiuto, con i suoi tre sacrari del capo, del torace e dell’addome che prenderanno a deambulare e ad operare nel mondo. Il primo Tempio, realizzato da re Salomone quale frutto della Sapienza e della Scienza di Dio, fu pertanto demolito la prima volta dal peccato originale e poi ricostruito una seconda volta da re Erode il grande, paradigma dell’orgoglio e della superbia umane che addirittura lo spinsero ad ampliarlo sovvertendone le misure originarie prefissate da Dio. Distrutto nuovamente nel 70 d.C., nell’area in cui svettava maestoso v’è oggi la grande spianata del Tempio sulla quale si ergono tre Moschee ed altri edifici minori, a conferma della frammentazione dell’umanità che appare priva di una guida che la accomuni, ricompattandola nell’Unità. Il muro del pianto occidentale è ciò che resta della costruzione di un tempo a evocare il fendente del soldato che trafisse a occidente il Corpo crocefisso di Cristo, aprendone le mura toraciche. Il Corpo e il Sangue di Dio, non avendo conosciuto la corruzione, hanno definitivamente ricostruito il Tempio dell’umanità nel passaggio dalla morte alla Resurrezione. Da quel medesimo muro trafitto a occidente, sgorgò difatti il Fiume in piena della Vita eterna. La Tenda della vecchia e prima alleanza, aprendosi come il Chiostro di una Chiesa, era stata trasformata nel Calice di Salvezza della Nuova ed Eterna Alleanza.

L’AMBONE
Nelle Chiese paleocristiane e romaniche si identificava nella struttura sopraelevata da cui venivano proclamate le letture e il vangelo. Il termine deriva dal greco ambon, ad indicare una superficie convessa dalla quale al pari di un grembo gravido e prominente oramai prossimo al parto, veniva partorita la Parola di Dio per essere consegnata all’assemblea. Diviene anche figurazione del sepolcro di Cristo da dove nel mistero di Morte e Resurrezione fuoriesce ogni pienezza.

IL PORTALE
È la porta d’ingresso principale di una Chiesa. In epoca medievale assumeva un aspetto monumentale a evocare l’ingresso alla Vita nuova.

LA PORTA SANTA
È una porta usualmente tenuta murata che viene aperta “esclusivamente” in occasione di un Giubileo ordinario o straordinario. Si tratta per lo più della porta secondaria di una Basilica. Nell’attraversare la soglia di tale porta speciale, oltrepassandone gli stipiti e l’architrave, al fedele viene offerta la grazia di ottenere per sé o per altre persone, vive o morte, l’indulgenza plenaria dei peccati, rispettando le condizioni prescritte dalla Chiesa. Si tratta di un momento realmente unico sulla faccia della Terra, nel quale è possibile ricevere grazie eccezionali elargite da Dio limitatamente a quel periodo specifico. Tale lasso di tempo, nel quale è ancora più manifesto l’Abisso della Misericordia di Dio, ha generalmente la durata di un anno ed è anche conosciuto con il nome di “anno santo”, “anno giubilare” o “anno di grazia del Signore”.
«Il fedele che non ha ancora conosciuto in pienezza Gesù parla del Suo Amore manifestando tuttavia sentimenti di sconcerto e paura dinanzi alle prove della Vita. Il fedele che riceve Gesù Eucarestia e diviene parte viva del Suo Corpo donandogli la propria intenzionalità, non potrà conoscere più né sconcerto né paura. Pieno di zelo e pacato nell’ardore diviene simile a un soldato che dapprima combatteva da solo con le proprie armi e, adesso, arruolato nell’esercito capitanato da San Michele Arcangelo, un suo impareggiabile affiliato. La pecora che fugge dal gregge, sebbene per molto tempo abbia avuto timore di brucare, dopo una Santa Messa incute terrore persino ad un feroce predatore e, nel fare ritorno all’Ovile, rallegra il suo pastore. La pietra diroccata del Tempio, con l’Eucarestia diviene una Cattedrale indistruttibile di luce, di pace e di splendore. L’uomo tronfio di certezze e di ricchezze, dopo la Celebrazione eucaristica diviene il mite compagno della sofferenza e l’amico nel dolore. Il defunto, salvato dal Sacramento, riprende vita e risuscitando, digiuna e profetizza, vestito di sacco invitando alla conversione gli abitanti della sua Ninive».
«È fondamentale sottolineare come prima della Celebrazione eucaristica il credente sia invitato a riscoprire nella sua vita di Fede, subito dopo il Battesimo, il Sacramento della Confessione o della Riconciliazione o della Penitenza. Finché non sarà maturato nella mente, nel cuore e nell’anima del fedele il desiderio ardente di ricevere nel confessionale la riconciliazione con Dio mediante un ministro ordinato della Chiesa, sarà impossibile parlare di cammino spirituale. È bene sottolineare come Gesù abbia già pagato con il Sacrificio espiatorio della Sua Persona l’intero prezzo del peccato del mondo. Con la Sua Morte di Croce ha espiato e ottenuto per ciascun uomo la remissione dei peccati e la sete che avvertì in modo straziante poco prima di spirare, scaturì dalla sete dei nostri peccati non ancora confessati. Al penitente è dato di potere ottenere, soltanto in confessionale, l’assoluzione dei suoi peccati. Si ricorda altresì come l’assoluzione cancelli la colpa e non la pena temporale, i cui postumi conseguenti al peccato rimangono. Cristo, morendo sulla Croce, si è assunto tutte le colpe dell’umanità lasciando sulla Terra le conseguenze dolorosissime prodotte dal peccato, al fine di rispettare la libertà del singolo peccatore nel fare ritorno al Padre per mezzo Suo, dopo avere sperimentato ciascun peccatore sulla sua pelle la moneta offerta dal maligno in cambio del suo peccato. La Chiesa ha concesso e continua a concedere, al fine di ottenere per i Suoi figli la rimozione completa delle pene temporali, l’indulgenza per la rimozione “parziale” o “totale” di tali dolorosissime conseguenze, sia per i vivi che per i defunti. Nel caso di rimozione totale delle pene a suffragio dell’anima di un defunto questi passa istantaneamente dal Purgatorio al Paradiso. La Grazia di avere ottenuto una rimozione totale delle pene temporali accumulate sulla Terra, permette dunque a tali anime di passare dal desiderio di Dio alla visione beatifica di Dio. D’altro canto non esistono preghiere, indulgenze, suffragi, né assoluzioni per gli angeli decaduti e per le anime dei dannati che sono morti nell’impenitenza finale rifiutando irreversibilmente la grazia di Dio. In merito agli angeli decaduti, hanno definitivamente e istantaneamente detto no all’Amore dell’Onnipotente dall’alto di una loro elevatissima contemplazione del Creatore. In relazione alle anime dei dannati, per avere liberamente e ostinatamente rifiutato, nonostante la piena avvertenza e la consapevolezza di essere in peccato grave, la remissione dei loro peccati opponendosi caparbiamente alla Redenzione e alla Salvezza operate da Cristo».
Trattando delle campane, è stato detto all’inizio come sia il corpo delle stesse a vibrare producendo il suono, a tal proposito l’augurio dell’autore è che tutti gli uomini, mediante l’ascolto, possano percepire in ogni Celebrazione eucaristica il vibrare felpato delle loro cellule al contatto palpitante del battacchio della Parola di Dio che entra in contatto con le membrane timpaniche e le orecchiette dei loro cuori. Per potere assaporare in pienezza la grazia di essere uomini e donne a immagine e somiglianza di Dio.  

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