GIUGNO 2018

 


PA.PA.TRA.MA.
BIOCELEBRAZIONE EUCARISTICA

La Parola (PA.), la Patristica (PA.), la Tradizione (TRA.) e il Magistero (MA.) sono i quattro pilastri su cui poggia la Chiesa. Quella che seguirà non vuole essere una spiegazione quanto una proiezione delle conoscenze del passato al sapere dei nostri giorni.

א RITI INTRODUTTIVI O DI INGRESSO (Le campane, Processione d’ingresso, Bacio dell’Altare, Segno della croce, Incensamento dell’Altare, Atto penitenziale, Il Gloria, Colletta o preghiera di apertura). Con Adamo ed Eva in cammino verso l’Altare eucaristico.
ב LITURGIA DELLA PAROLA (Letture e salmo, Alleluia o canto al Vangelo, Vangelo e omelia, Il Credo, Preghiera dei fedeli o preghiera universale). Dalla tradizione orale ebraica ai testi canonici della Chiesa.
ג LITURGIA EUCARISTICA (Riti di offertorio, Presentazione del Pane e del Vino, Preghiera eucaristica, Epiclesi e Consacrazione, Anamnesi e seconda epiclesi, Intercessioni e dossologia, Preghiera di Gesù, Preghiera e rito della Pace, Frazione del Pane, Digiuno eucaristico, Comunione, Riti di comunione, Benedictus, Magnificat). Dalla creazione del cielo e della terra al corpo umano compiuto e da questi al Corpo Mistico del quale, il fedele sacramentato, è una cellula unica e irripetibile al Suo totale servizio.
ד RITI DI CONCLUSIONE (Benedizione, Invio). Dal Corpo Mistico alla Comunione come incorporamento in Cristo senza esclusione alcuna.
ה CENNI AD ALCUNI ELEMENTI LITURGICI E STRUTTURALI (Iconografia del Crocefisso, Fonte battesimale, Acquasantiera, Tabernacolo, Ambone, Portale, Porta santa). Sul valore spirituale di alcuni simboli e strutture presenti negli edifici ecclesiali.
Con il carattere corsivo si è voluto esprimere nelle varie sezioni il commento personale dell’autore. Questi ha fatto volutamente ricorso a un linguaggio talvolta “poco ortodosso” in senso dottrinale tuttavia in ogni caso idoneo, a suo giudizio, ad affrontare gli argomenti trattati.

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«Partecipare alla Santa Messa è l’atto più elevato che una persona possa compiere nella sua vita. Prendere parte concretamente a ciascuno dei suoi momenti costitutivi culminanti nella santa Comunione significa sperimentare già sulla terra, nella propria carne e con le facoltà dell’anima e del corpo le dinamiche eterne insite nel Corpo Mistico. Pertanto, il fedele viene progressivamente invitato dall’interno a pensare e ad agire sempre più secondo l’intenzionalità di Dio e sempre meno secondo la propria. È come se si instaurasse un dialogo profondo tra anima, corpo e Spirito. Tra la parte immortale costituita dall’intelletto dell’anima e dalla sapienza eterna dello Spirito Santo e, la componente mortale sostenuta dalle cellule neuronali, dai loro dendriti e assoni, nonché dai miocardiociti da lavoro e specifici del cuore. Nella Celebrazione eucaristica nulla avviene per caso e ogni realtà, visibile e invisibile, riveste un valore ben preciso come i gesti, gli oggetti, i segni, i paramenti, le ombre, i tessuti, i colori, l’architettura, i silenzi, i rosoni, i portali, le vetrate, le icone, il buio, le statue, i quadri, la musica, i canti e le luci».
«A chi chiede a un discepolo di Cristo chi è, da dove viene e dove va, una risposta plausibile potrebbe essere la seguente: «Sono un centurione cattolico apostolico romano, in cammino di santità. Sono figlio del Re, mia madre è la Regina e ho un solo fratello, Natale Salvatore Pasquale. In Lui tutti gli uomini sono per me confratelli. Vengo dalla vecchia terra degli zigoti, dal lontano paese degli azimi e mi dirigo verso la patria dei lieviti, o meglio del “Corpo lievitato”. Una terra nuova dove si lavora senza più fatica, né lamento, né sudore sulla fronte. Una patria santa dove ci si nutre non più per mezzo di cacciagioni, di allevamenti o dei raccolti delle coltivazioni ma esclusivamente attraverso i frutti conseguiti dal Sacrificio espiatorio della dolorosa Passione. In essa si è nutriti dal latte puro della Regina, distribuito nel più profondo silenzio del più abissale Amore e dal miele che angeli e santi producono senza sosta, utilizzando il nettare e la melata sgorgati dai corpi mortali delle persone i cui cuori sono tutti invitati a fondersi con il cuore del Creatore. La gloria di Dio e la lampada dell’Agnello illumineranno permanentemente da dentro ogni uomo e il fiume d’Acqua viva e l’albero della vita irrigheranno e serviranno le nazioni».

RITI INTRODUTTIVI O DI INGRESSO

LE CAMPANE
Servono ad annunciare fuori delle mura quanto si sta svolgendo al loro interno. È il corpo della campana a vibrare ogni qualvolta il battacchio di ferro percuote dall’interno o dall’esterno le sue pareti, solitamente di bronzo. Possono essere suonate a distesa o a martello o, ancora, mediante l’armonica sincronizzazione dei due sistemi.

PROCESSIONE D’INGRESSO
È un tragitto dal potente valore simbolico che dalla Sagrestia conduce all’Altare; dall’alba della creazione al suo compimento; dal luogo della vestizione e della preparazione degli oggetti utilizzati per la Celebrazione eucaristica, al luogo della purificazione e dell’offerta. Dal luogo di inizio della vita al luogo del sacrificio, della consacrazione, della resurrezione e dell’ascensione. Il celebrante, vestito degli abiti sacerdotali, da solo o insieme ad altre figure a seconda dei vari riti, percorre tale emblematica distanza con la dignità ministeriale che gli è stata conferita.

BACIO DELL’ALTARE
Giunto all’Altare il ministro consacrato ne bacia il piano superiore. Questa costruzione è molto rappresentativa ed è posizionata all’interno della Chiesa, ergendosi sul pavimento dell’edificio in stretta connessione e in continuità con esso da risultarne pressoché irremovibile. L’Altare, ancor prima del monte Calvario, è difatti il simbolo del Cenacolo. Si tratta di una stanza collocata al piano superiore della casa nella quale il giovedì santo fu profetizzato da Gesù il Suo Sacrificio espiatorio. Tale sacrificio si sarebbe consumato il giorno seguente sul Golgota. Negli edifici ecclesiali Cenacolo e Golgota si identificano dunque con l’Altare ed il bacio è in onore di Cristo e della sintesi storica e metastorica che, per Suo tramite, ad ogni Celebrazione eucaristica, continua ad attualizzarsi. Nella parte più interna di questa preziosissima struttura viene generalmente custodita la reliquia di un santo. Il secondo gesto che il celebrante compie è il segno della Croce ed il terzo è il saluto della Pace rivolto all’assemblea.

SEGNO DELLA CROCE
Ogni cosa, all’interno della celebrazione, ha inizio e fine con il segno della Croce. Le origini di tale atto risalgono a Nazareth allorquando, al momento dell’Incarnazione del Verbo eternamente generato dal Padre, Gesù zigote venne al mondo assumendo la forma di un’unica cellula costituita da ventidue coppie di Croci viventi, oggi conosciute con il nome di cromosomi. Tale numerosa famiglia di corpi colorati iniziò a vivere nel corpo immacolato di Maria e, moltiplicandosi di numero ad ogni divisione cellulare, giunse fino al Golgota dove conobbe la morte. A Betlemme il segno della Croce si manifestò a uno stadio più visibile, palesandosi ai pastori e ai Magi giunti alla grotta sotto forma di un infante provvisto delle fisiologiche decussazioni corporee (chiasma ottico, decussazione piramidale, legamenti crociati). Agli egiziani del tempo il medesimo segno apparve sotto le sembianze di un bambino. Agli ebrei e ai palestinesi che vivevano sotto la giurisdizione di Pilato si manifestò come rabbi. La santa Croce della corporeità di Gesù si rivelò in seguito crocefissa, quale ultima manifestazione dell’opera di redenzione finalizzata alla salvezza dell’umanità. Il Crocefisso oltraggiato, coronato di spine, inchiodato, insultato, innalzato e trafitto, spirò alle tre del pomeriggio di quel venerdì santo, sulla croce lignea piantata sul Golgota. Così come continua a spirare ad ogni consacrazione sugli Altari eucaristici del mondo. Staccato dal patibolo e dall’asse verticale del legno, venne dunque deposto sul Grembo immacolato di Maria e da qui rimosso per essere adagiato, con la seconda deposizione, nel sepolcro nuovo fatto scavare in una roccia poco distante da Giuseppe di Arimatea, un membro esimio del Sinedrio. Ogni comunicando è quel sepolcro nuovo, così come lo è il Tabernacolo. Ciascun uomo, in particolare ogni credente, sulla scorta di tale testimonianza è invitato a scavare nella parte più resistente e coriacea della sua persona. Perché è proprio lì che il Corpo esanime di Cristo viene puntualmente deposto, in attesa della Sua resurrezione. Il Corpo glorioso del Risorto, con impressi i segni evidenti della crocifissione, non tarderà ad apparire a quanti saranno stati Suoi apostoli e a restare insieme a loro dal terzo giorno fino ai successivi quaranta che seguiranno alla resurrezione, confermandoli nella fede. La stessa Croce gloriosa verrà elevata da terra con l’ascensione divenendo Croce gloriosa del Figlio Unigenito che siede alla destra del Padre nella Potenza dello Spirito Santo. Scomparirà infine alla vista ma non all’udito e comunque non prima di avere elargito ai Suoi la Benedizione finale.
La Croce lignea è dunque l’elemento a prima vista inanimato di questa catena di eventi, per quanto costituisca il momento culminante dell’opera di redenzione che ha offerto all’umanità intera una salvezza universale, con Gesù inchiodato su di essa. Nelle fibre di cellulosa di quel sacratissimo tessuto, che diviene la sintesi del regno vegetale, è stato difatti crocefisso nella carne di Cristo l’intero regno animale, attraverso i chiodi che simboleggiano il regno minerale. I tre regni, che nella prima creazione apparivano così diversificati e talvolta in conflitto tra loro, si ritrovano da questo momento in poi perfettamente riunificati in Cristo, pronti a partecipare alla resurrezione e alla ricapitolazione finale del creato.
A ogni Santa Messa si attualizza, nella parentesi temporale-spaziale in cui si svolge, l’intero Sacrificio espiatorio compiuto da Cristo sul Golgota e la conseguente ricapitolazione del creato nella Sua resurrezione, ascensione e Seconda Venuta. Questi ultimi tre avvenimenti hanno una valenza storica e metastorica senza precedenti. Vale a dire che pur realizzandosi di fatto in ottemperanza alle leggi che governano la storia, continuano a perpetuarsi misticamente ad ogni celebrazione. Per cui l’opera di Gesù non si è fermata all’ascensione e alla Sua persona seduta immobile alla destra del Padre ma continua, in maniera pressoché ininterrotta attraverso l’Eucarestia, come una prima interminabile volta. Come sarà detto in seguito, il momento dell’immolazione di Cristo è il culmine della Celebrazione. Essa si attua in modo progressivo, affondando le sue radici lungo il percorso che dalla Sagrestia conduce all’Altare, dall’orto del Getsemani al pretorio, per giungere in ultimo al doloroso Calvario. Gesù ripercorre nella persona del celebrante, ad ogni Santa Messa, tutte le tappe che furono necessarie ad acquisire i meriti e le grazie per la salvezza dell’umanità donando vita eterna. A tal fine si fa presente con la Sua gloriosa Persona risorta nel sacerdote quale apice e compimento del regno animale dominatore del tempo e dello spazio. Si rende presente nelle Specie eucaristiche in quanto è Lui il fine ultimo del regno vegetale e, nell’Altare in quanto è sempre Lui il compimento del regno minerale. «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 3). L’applicazione dei meriti e la distribuzione delle grazie che si originano dal Sacrificio eucaristico hanno luogo in presenza di San Giovanni, l’unico tra gli apostoli ad avere presenziato, ai piedi della Croce, ai santi Misteri di Morte e Deposizione del Signore. Il servizio sacerdotale da lui testimoniato, intriso di profonda fedeltà ed eroicità, è dunque presente e vivifica ogni azione sacerdotale mentre Maria santissima, immobile al suo fianco, si identifica con il Calice e la Patena della Celebrazione. Quanto detto si realizza sempre nella più profonda Comunione degli angeli e dei santi, determinando prodigiosamente la crescita e lo sviluppo del Corpo Mistico nei secoli dei secoli.

INCENSAMENTO DELL’ALTARE
L’offerta del fumo e del profumo dell’incenso sono dunque in onore e in segno di adorazione di Cristo Altare, Vittima e Sacerdote. La Sua offerta come Vittima sacrificale è l’unica che risulta gradita al Padre celeste. Tutte le altre offerte relative ad animali o a prodotti della terra, non furono altro che la prefigurazione di questo Unico e santo Sacrificio. La nuvola d’incenso che si forma per la combustione di questa oleoresina dal gradevole odore, dà soddisfazione, nella sua sinuosa e ondeggiante salita verso il cielo agli organi della vista e dell’olfatto di quanti prendono parte alla celebrazione.

ATTO PENITENZIALE
Il celebrante invita i fedeli a compiere un breve esame di coscienza e chiede il pentimento dei peccati che non è stato loro possibile confessare precedentemente. Si utilizzano varie formule al termine delle quali segue l’assoluzione generale. Quest’ultima non sostituisce l’assoluzione sacramentale individuale che il confessando riceve alla fine della confessione auricolare qualora ne sussistano le condizioni. Tale assoluzione, prevista nel rito, a prescindere dalla sua attualizzazione, andrebbe considerata come un’implorazione di perdono nella consapevolezza che siamo tutti poveri peccatori bisognosi di perdono. In vista della grandezza incommensurabile che caratterizza la Celebrazione eucaristica e dei misteri tanto grandi quanto incomprensibili che vi si onorano, i fedeli che sanno di essere in peccato grave sono invitati a confessarsi prima o subito dopo la Celebrazione. Solo nel confessionale si ha la certezza di essere stati definitivamente liberati dai peccati mediante l’assoluzione sacramentale e, soltanto con tale certezza ci si può accostare al sacramento dell’Eucarestia. Questa premessa è fondamentale, in particolare per il comunicando. La promessa della Seconda Venuta di Gesù è difatti già in atto liturgicamente, attraverso la consacrazione sacerdotale e la successiva distribuzione della santa Comunione ai fedeli. Come sarà detto nel paragrafo dedicato alla “Frazione del Pane”, al momento dell’ostensione dell’Ostia consacrata e già spezzata, il sacerdote esclama nell’elevarla: «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». A questo punto l’assemblea riecheggia le parole che il centurione romano rivolse a Gesù: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una Parola e io sarò salvato». In tale replica, unitamente al sentimento d’indegnità, il comunicando ripete quella risposta nella quale è presente la consapevolezza di non essere più una semplice recluta, bensì un alto ufficiale della fede. Come il Centurione nell’esercito romano così il comunicando appartiene ai “Corpi speciali dello Spirito”, anch’egli dunque rivestito di grandi e precise responsabilità perché è a capo quanto meno di una centuria di anime, se non di un manipolo o addirittura di una coorte. Peraltro, il centurione romano nell’episodio evangelico non chiede a Gesù la guarigione personale o quella di un suo familiare, bensì quella del servo fedele che giaceva nella sua casa paralizzato e che soffriva terribilmente. L’alto ufficiale, nel riconoscere e confessare la divina regalità di Gesù pur avvezzo a sostenere incontri con le alte cariche militari dello Stato imperiale del suo tempo, non si ritiene degno di riceverlo sotto il tetto della sua casa. È questa professione di fede che ha valicato i limiti del tempo e dello spazio ed ha raggiunto il comunicando divenuto egli stesso, a tutti gli effetti, un alto ufficiale della fede cattolica apostolica romana. Ciascun fedele sacramentato, animato da tale certezza, ha ricevuto dall’alto quella forza sovrannaturale che gli consentirà di servire gli ultimi tra gli ultimi e di amare i suoi stessi nemici. Con questa dignità sacramentale di “servo graduato” al servizio del Grande Re, potrà ricevere sulle labbra Gesù Eucarestia e permetterne l’ingresso trionfale attraverso l’apertura della sua bocca divenuta “porta eucaristica”. «[…] [6] Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. [7] Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. [8] Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia. [9] Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. [10] Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria». (Sal 24, 6- 10). Collocata nel superattico dell’edificio corporeo, la porta eucaristica di ogni comunicando fa sì che Gesù sacramentato entri e guarisca tutte le anime paralizzate che giacciono sofferenti all’interno di quella casa.

IL GLORIA
Si recita o si canta a seconda del periodo dell’anno liturgico in cui ci si trova, ad eccezione del tempo di Quaresima nel quale viene omesso. Originariamente lo si intonava all’aurora, al termine delle veglie notturne. È una preghiera antichissima che esordisce con le medesime parole di lode che gli angeli espressero a Betlemme la notte di Natale. Nel Gloria il coro umano ed il coro celeste inneggiano all’unisono una sola lode al Dio Uno e Trino.

COLLETTA O PREGHIERA DI APERTURA
Il contenuto della colletta è una formulazione semplice e sintetica atta a mettere a fuoco il cuore dei messaggi evangelici. Raccoglie stringatamente il senso di quanto a breve si andrà a proclamare. Tale preghiera è in ogni caso sempre arricchita da tematiche che caratterizzano la stagione liturgica in corso.

LITURGIA DELLA PAROLA

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LETTURE E SALMO
L’anno liturgico scandisce la sequenza con cui le letture verranno proposte ai fedeli nel corso dei dodici mesi. È suggestivo dedicare ogni mese ad un Apostolo associandolo ad una Tribù di Israele in modo da avere sempre vivi i loro nomi nella mente e nel cuore. Le singole letture non sono mai scelte a caso, così come non lo sono i salmi responsoriali che ad esse vengono puntualmente abbinati. Il ciclo liturgico viene identificato rispettivamente dalle lettere A, B e C. L’anno A prevede che la maggior parte dei testi sia tratta dal vangelo di Matteo, l’anno B da quello di Marco e l’anno C dal vangelo di Luca. Il lezionario è il grande libro contenente i brani della Scrittura che saranno letti nel corso dei tre anni. Un fedele che decida di partecipare quotidianamente alla Santa Messa conseguirà, alla fine del triennio, una conoscenza pressoché completa e sistematica dei principali brani della Bibbia.
Il salmo responsoriale è scelto sapientemente tra i centocinquanta salmi dell’omonimo libro biblico che li raggruppa. A partire dal salmo 9 si è venuta a creare tra il testo originale ebraico masoretico e le versioni greca e latina, una differenza di numerazione. Le traduzioni moderne generalmente le indicano entrambe mettendo una delle due fra parentesi. L’intera raccolta prende il nome di libro dei salmi o salterio. Il contenuto di ciascun salmo è generalmente in linea con il tema della prima lettura, di cui costituisce una continuazione sotto forma di preghiera personale, comunitaria, di fiducia, di ringraziamento, di ravvedimento, di adorazione, di angoscia, di insegnamento e via di seguito.
Entrambi, letture e salmi, svolgono la delicata funzione di istruire il fedele predisponendo la sua anima ad entrare, in qualità di servo fedele e con l’umiltà di un alto funzionario dello Spirito, nel cuore della Celebrazione. Con tali premesse sarà possibile ricevere meno indegnamente la santa Comunione, da diffondere a iniziare dai sofferenti e paralitici della propria casa.

ALLELUIA O CANTO AL VANGELO
È un inno di lode a Dio nel quale si esprime tutta la gioia e la riconoscenza del celebrante e dell’assemblea per avere ricevuto in dono, unitamente alla terra fisica, quella corporea, per avere sostenuto e provveduto alla sua coltivazione e per averla resa capace di potere accogliere, mediante l’ascolto fisico e spirituale, il prodigioso seme della Buona Novella.

VANGELO E OMELIA
Il vangelo è ciascuno dei primi quattro libri del Nuovo Testamento. Nel loro insieme trattano dell’annunciazione, della gestazione, della nascita, della predicazione, della passione, della morte, della resurrezione, dell’ascensione e della Seconda Venuta di Gesù alla fine dei tempi. I quattro vangeli sono equiparabili alle quattro camere cardiache del grande Cuore di Dio. La loro proclamazione, a motivo di tale centralità, è indubbiamente la più importante perché è il Cuore di Gesù che parla al cuore dei fedeli. La posizione che si assume durante l’annuncio del brano è quella eretta, a sottolineare la determinazione ad intraprendere il cammino che l’ascolto della Parola suggerirà. Non appena viene annunciato il titolo del passo ci si segna sulla fronte, sulle labbra e sul petto. Il triplice segno di croce rappresenta un triplice sigillo sulle regioni della fronte, della bocca e dell’emitorace sinistro, o in regione epigastrica a seconda delle consuetudini, a sancire l’origine trinitaria di ogni uomo. Il fedele, con tale atto, si conferma figlio di Dio e bisognoso del Suo costante aiuto paterno, materno e filiale per accogliere e comunicare compiutamente attraverso la mente, le labbra e il cuore la Parola dell’Unigenito che genera copiosi frutti.
L’omelia o predica, per quanto non necessaria, è un importante contributo che il celebrante può e, qualora sia prescritta deve, rivolgere ai fedeli nell’ufficio di Pastore. Attraverso l’omelia, senza divagare, andrebbero messi in risalto i significati nascosti e reconditi presenti nel brano evangelico e nelle letture. In ogni caso essa dovrebbe focalizzare l’attenzione sul messaggio sempre presente dell’Amore di Dio che permea qualsivoglia contesto Vetero e Neotestamentario. La Parola, דבר in ebraico, λόγος in greco e verbum in latino, nel significato dell’originale ebraico (dabàr) realizza mentre parla quello che dice avendo in sé l’atto creativo. La Chiesa latina ha mantenuto nel linguaggio teologico la traduzione della Volgata di san Girolamo a indicare con Verbum la Seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo di Dio, equivalente al Logos di Dio per la Chiesa greca ed al Dabàr della Torah che in Cristo, Via, Verità e Vita ha il suo compimento.

IL CREDO
Esistono due distinte formule per recitarlo, quella breve costituisce il testo più antico risalente al II° secolo detto anche “Simbolo apostolico”. La forma più estesa è un arricchimento teologico della prima formulazione, impreziosita dalle affermazioni cristologiche e dogmatiche sullo Spirito Santo, emerse nel Concilio ecumenico di Nicea e nel primo concilio ecumenico di Costantinopoli. Entrambi i documenti rappresentano una dichiarazione sintetica e solenne delle principali Verità della fede cattolica. La recita del Credo svolge difatti la funzione di fortificare il fedele nella vita di tutti i giorni e di sostenerlo nella crescita spirituale, a iniziare da una partecipazione più coinvolgente e consapevole alla Celebrazione eucaristica. È detto Simbolo perché attraverso l’adesione perfetta ai suoi contenuti il fedele riconosce e sperimenta direttamente l’integrità della dottrina che annuncia. Il fedele costituisce difatti egli stesso una delle due parti che compongono l’oggetto dell’apostolato, spezzato sapientemente e irregolarmente in due dalla Chiesa sin dalle origini. Il termine “clero” che deriva dal greco κληρος, κλάω =spezzare indica i tre gradi dell’ordine, diaconato, presbiterato ed episcopato, che assumono un ruolo direttivo sulla terra e vantano un’eredità in cielo.

PREGHIERA DEI FEDELI O PREGHIERA UNIVERSALE
I fedeli presenti, in forza dei doni e dei compiti di cui sono investiti e rivestiti a motivo del sacerdozio battesimale che hanno ricevuto, unitamente ai doni della profezia e della regalità, offrono a Dio le loro preghiere per la salvezza di tutti gli uomini, vivi e morti, in particolare dei più bisognosi e lontani spiritualmente. V’è una successione ordinata nel presentare al Padre celeste le suddette intenzioni. Essa inizia con la consegna dei bisogni della Chiesa universale, procede con l’esposizione dettagliata delle necessità dei governanti e delle urgenze della Chiesa locale e si conclude con la richiesta d’intercessione a favore dei fratelli che versano in particolari difficoltà. La Preghiera universale è un momento solenne, unico ed irripetibile, in cui tutte le intenzioni dei singoli fedeli convergono e vengono presentate a Dio in quella che si potrebbe definire la preghiera cattolica per eccellenza.

LA PREGHIERA DEI FEDELI È LO SPARTIACQUE TRA LA LITURGIA DELLA PAROLA O PARTE ISTRUTTIVA, ANCHE DETTA MESSA DEI CATECUMENI E, LA LITURGIA EUCARISTICA O PARTE SACRIFICALE. QUEST’ULTIMA ERA RISERVATA IN ORIGINE AI SOLI BATTEZZATI. DA QUESTO MOMENTO IN POI OGNI PAROLA E CIASCUN SINGOLO ATTO SONO FINALIZZATI ESCLUSIVAMENTE AL MISTERO DEL SACRIFICIO ESPIATORIO CHE GESÙ CRISTO HA COMPIUTO PER LA NOSTRA SALVEZZA SULLA CROCE.

LITURGIA EUCARISTICA

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RITI DI OFFERTORIO
In questa fase della Santa Messa il celebrante presenta sull’Altare al Padre celeste le primizie della terra che sono frutto della fatica e del lavoro dell’uomo. In questo contesto è bene puntualizzare come tutte le cose siano state create dal nulla da Dio Padre in vista dell’Incarnazione del Suo Unigenito, nella Potenza dello Spirito Santo. L’offerta si incentra dunque sulla realtà fisica e metafisica che tali primizie rappresentano divenendo, al momento della Consacrazione, il Corpo e il Sangue di Gesù. Il Salvatore dell’umanità è stato concepito sostanzialmente e storicamente nel corpo e nel sangue di Maria e, misticamente, continua a venire concepito sull’Altare eucaristico mediante le Parole e le mani del sacerdote che Lo rendono nuovamente presente nella Carne e nel Sangue, all’interno del Calice e della Patena. Questi due oggetti liturgici diventano il segno della presenza di Maria nella Celebrazione eucaristica. Saranno queste primizie, una volta consacrate, ad accompagnare l’umanità dalla “Pienezza dei tempi” conseguita con la prima venuta di Gesù, alla “Fine dei tempi” che coinciderà con la Sua seconda venuta. In questi termini è grazie al potere trasformante che esse sono in grado di produrre, agendo mediante i corpi e la vita dei comunicandi, che l’umanità intera viene introdotta all’ottavo giorno della creazione senza più tramonto. Il termine “Pienezza dei tempi” va inteso difatti come l’intero periodo storico che ha avuto inizio dal concepimento verginale di Gesù Cristo e che, passando per i nostri giorni, giungerà alla fine di questo tempo e di questo spazio, per dare inizio ad un nuovo giorno che caratterizzerà il nuovo mondo. Dall’Annunciazione di Nazareth alla Domenica di Resurrezione a Gerusalemme, l’intera dimensione del tempo si è arricchita di questa “pienezza” che è fondata sul Sacrificio espiatorio celebrato sugli Altari eucaristici di tutto il mondo. L’espressione “Fine dei tempi” va intesa come la fine dell’antica logica del mondo fondata sull’inganno del maligno, sulla debolezza umana, sul peccato dell’uomo e sulla sua concupiscenza con l’esordio di una vita nuova che si incentrerà sul Corpo e sul Sangue di Cristo, per ridare all’umanità una rinnovata capacità di discernimento e una limpida visione con una chiara lettura delle cose. Tale passaggio escatologico avrà luogo nel silenzio e si renderà manifesto allorché le “primizie”, che continueranno ad essere offerte sull’Altare, saranno divenute agli occhi, al cuore, al tatto e al palato degli stessi partecipanti al Banchetto eucaristico, delle ultimizie o tardizie. Il pacato ma progressivo, lento e inesorabile infiacchimento della celebrazione e della partecipazione alla Santa Messa, segnerà il passaggio dai vecchi ai nuovi tempi. In quei giorni sarà lo Sposo delle nozze di Cana, nella Persona dello Spirito di Cristo, o meglio nella Persona di Colui che ha dato vita e continua a dare nuova vita alle sei giare della creazione in armonia con la Volontà del Padre, ad offrire al maestro di tavola, nella persona del celebrante e nella parte conclusiva del Banchetto, il Vino migliore dal gusto e dalla fragranza eccelsi. È tale Bevanda a rivestirsi improvvisamente di un pregio e di una ricchezza inauditi, con il palesarsi del mistero in essa racchiuso e non certo per il cambiamento delle sue caratteristiche organolettiche naturali. In essa è presente il Sangue espiatorio di Dio riservato ai commensali oramai stanchi e sfiduciati, come lo erano gli operai dell’ultima ora della parabola evangelica. Quando le tardizie riconquisteranno il ruolo di primizie, non solo nell’offertorio ma anche agli occhi, nel cuore, nella mente e nell’anima dei comunicandi, questi trascineranno e traghetteranno ad ogni Celebrazione eucaristica miriadi di anime sbigottite, stupefatte ma profondamente convertite e decise ad affrontare il passaggio escatologico dal settimo all’ottavo giorno della creazione. Chi è dunque il maestro di tavola se non colui che vigila attentamente sull’andamento della Festa di nozze senza tralasciare alcun particolare? Chi è costui se non colui che pur rimanendo nell’anonimato è giunto al punto da dover dare persino indicazioni importanti affinché il Banchetto proceda per il meglio? Egli è la figura emblematica del celebrante e del dottore della Chiesa che in ogni epoca dà prova della sua amicizia con lo Sposo, con lo Spirito Santo e con il Figlio, Gesù Cristo, al quale lo Sposo risponde immediatamente mandando i Suoi Servi, gli Angeli santi. Il celebrante e il dottore della Chiesa possono finalmente congratularsi per la qualità eccelsa di quel Vino che la Chiesa-sposa riceve per mano di Maria calicizzata. I celebranti e i dottori della Chiesa sono le sentinelle dell’aurora che hanno creduto, hanno vegliato e hanno sorvegliato con cura e amore ogni cosa all’interno del Tempio, sull’esempio di Gesù. «Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània» (Mc 11,11).
Durante i riti di offertorio, in concomitanza con la presentazione dei doni sull’Altare, si è conservata l’abitudine di raccogliere in un cestino le offerte in denaro destinate alle necessità della parrocchia, dei poveri e dei più bisognosi. A raccolta ultimata, il cestino viene usualmente posto ai piedi dell’Altare e diviene l’espressione comunitaria di quanto ciascuno ha voluto liberamente versare per contribuire alle necessità dei fratelli. Si tratta di un’usanza molto antica, le cui modalità sono indubbiamente cambiate nel tempo, ma che tuttavia è riuscita a mantenere vivo il preziosissimo legame tra il piano alto dell’Altare ed il piano basso, che si prolunga con il pavimento dell’edificio ed esce fuori, confrontandosi con la vita di tutti i giorni. Tale offerta, conosciuta anche con il nome di questua o colletta non va confusa con la preghiera di apertura indicata con lo stesso termine di “colletta”.
Ritornando ai riti di offertorio ciò che si porta sull’Altare sono i doni del pane, dell’acqua e del vino, dopodiché il sacerdote pronuncia le stesse Parole e compie i medesimi atti utilizzati da Gesù nell’ultima cena.
Prima di entrare nei dettagli è suggestivo notare come san Giovanni, l’unico tra gli apostoli ad avere assistito alla Crocifissione nonché a tutte le fasi, precedenti e conseguenti, dedichi ben cinque dei ventuno capitoli del suo vangelo al tema dell’Eucarestia. Più precisamente l’apostolo del cuore affronta tale argomento dal capitolo tredicesimo al capitolo diciassettesimo, facendo ricorso a categorie linguistiche totalmente diverse da quelle utilizzate dai sinottici. Difatti, le argomentazioni e i segni di cui si avvale nell’affrontare il mistero eucaristico sono del tutto originali quali: la lavanda dei piedi; la predizione del tradimento di Giuda; la predizione del rinnegamento di Pietro; la fede e i suoi effetti; il rapporto di Gesù con il Padre; la vite e i tralci; l’amore degli uomini che ha bisogno di essere conformato all’Amore che unisce Gesù al Padre; l’odio del mondo; la necessità della testimonianza; il tema del Paraclito; la seconda venuta di Gesù; la preghiera per la Sua glorificazione; la preghiera per i discepoli e per la Chiesa. Questi contenuti non sembrerebbero avere, ad un primo sguardo d’insieme, una reale attinenza con la Consacrazione delle Specie eucaristiche sebbene, esaminati in profondità, costituiscano di fatto un preziosissimo e dettagliato materiale assolutamente pertinente ed estremamente chiarificatore sul tema.

PRESENTAZIONE DEL PANE E DEL VINO
Prima di procedere a un’analisi particolareggiata circa la presentazione dei doni offerti sull’Altare, ci soffermiamo sul lato destro del medesimo per descrivere un cerimoniale antico e solenne, chiamato lavabo. Esso consiste nel lavare le quattro dita di entrambe le mani, più precisamente l’indice e il pollice che toccheranno direttamente le Specie dopo che sono state consacrate. Dita strategiche, cui l’arte sacra iconografica, pittorica e statuaria ha dato un particolare rilievo e che servono al celebrante per elevare e adagiare l’Ostia insieme al Calice e, che intervengono puntualmente nella Frazione dell’Ostia e nella distribuzione delle particole ai fedeli. Il celebrante, mediante il lavabo, rinnova l’atto penitenziale precedentemente espresso nel Rito d’ingresso facendogli assumere in questo contesto sacrificale il significato di una seconda purificazione, ancora più intima della precedente. Sui quattro polpastrelli summenzionati, ovvero sulla faccia anteriore dell’ultima falange del dito indice e pollice, vi sono difatti delle particolari strutture cutanee caratterizzate da rilievi paragonabili a creste alternantesi a depressioni simili a solchi, chiamati dermatoglifi, che identificano la singola persona a motivo della loro immutabilità nel corso della vita e, per la loro tipizzazione individuale essendo appunto unici e tipici per ciascuno e non uguagliabili o sovrapponibili da individuo a individuo. In altre parole, il celebrante, così come Gesù scriveva sulla sabbia, erige sulle acque, che a breve saranno aggiunte al Vino dell’offerta, lasciando su di esse la firma e la sua impronta sacerdotale nel segno di un’imperitura fedeltà alla vita che la transustanziazione inevitabilmente porterà. Nell’asciugare le quattro dita inumidite delle mani, il celebrante si serve del manutergio lasciando anche su tale stoffa le preziose impronte. Le acque all’interno dell’ampollina rimandano a quelle del catino che Gesù utilizzò, dopo avere deposto le Sue vesti, nel lavare i piedi dei discepoli. I dermatoglifi di cui s’è detto sono peraltro presenti sia sui polpastrelli citati, anche sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi. È durante l’ultima Cena che Gesù ha compiuto tale gesto quale segno della Sua eterna presenza, protezione e vicariante difesa all’occorrenza nei riguardi del cammino e delle azioni di ciascun Suo ministro ordinato, le cui impronte digitali, palmari e plantari conosce alla perfezione e individualmente. Nell’asciugare i loro piedi, Gesù utilizzò l’asciugamano con il quale si era cinto in vita a sottolineare il Suo amore viscerale nei loro riguardi.
Durante l’offertorio, in relazione al pane, il sacerdote benedice Dio per averlo ricevuto dalla Sua bontà quale frutto della terra e del lavoro dell’uomo e Glielo presenta perché diventi Cibo di Vita eterna. La benedizione continua con la presentazione del vino, cui viene aggiunta un po’ d’acqua, anch’essa è rivolta a Dio nella gratitudine di averlo ricevuto dalla Sua bontà quale frutto della vite e del lavoro dell’uomo perché diventi Bevanda di salvezza. Il pane viene messo in relazione alla terra mentre il vino e l’acqua, trattati come un’unica bevanda, sono associati alla vite piantata nella terra. L’alimento solido, anteposto al nutrimento liquido, rimanda alla creazione della persona umana da una singola cellula mentre l’acqua, unita al vino, richiama gli stadi successivi del suo sviluppo filo e ontogenetico.
In questa fase dell’offertorio si svolgono dunque gli atti di presentazione delle offerte, ciascuno preceduto dalla specifica benedizione rivolta dal sacerdote al Dio Uno e Trino.
Riesaminando le Parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena, il termine “terra” da Lui utilizzato potrebbe primariamente sottintendere al conseguimento dello stadio “monocellulare stabile” raggiunto dall’uomo a un determinato momento del suo divenire fisico. Solo conseguentemente il medesimo termine rimanderebbe al pianeta terra e, in particolare, alla parte di crosta terrestre emersa dalle acque e divenuta coltivabile. Difatti, solo quando si è venuto a formare all’interno della prima cellula umana il nucleo cellulare, provvisto del suo corredo cromosomico definitivo tipico per la specie, è stato possibile passare alla seconda fase di sviluppo filo e ontogenetico in cui la vite vinifera sarà la protagonista.
Prima dell’insorgere del peccato originale non vi erano sulla terra né sofferenza, né malattia, né ombra di morte. Non esistevano le anomalie cromosomiche, né di numero, né di struttura. Quando per la prima volta spuntò la vite vinifera essa divenne, in questo contesto filogenetico di crescita corporea dell’uomo, l’espressione metaforica dell’iniziale sviluppo e della successiva formazione dell’apparato cardio-circolatorio. Tale apparato potenziandosi sempre più avrebbe bagnato, irrorato, nutrito e dissetato da dentro l’intero organismo che, fino a quel momento, era stato sostenuto dall’esterno per diffusione.
La descrizione botanica dei vari organi della vite vinifera enumera in modo molto succinto: una radice; un tronco principale detto anche fusto o ceppo; le branche o i cordoni permanenti ed infine i tralci corredati a loro volta da complessi gemmari, foglie, fiori, grappoli e viticci di sostegno. Gesù nei quattro vangeli fa riferimento al tronco quando spiega l’intimo ed eterno legame che Lo connette a ciascun uomo che considera Suo tralcio. Per definire la relazione che lega la creatura al Creatore, il Dio incarnato fa dunque ricorso alla vite vinifera germogliata dalla terra mariana e ai suoi tralci. Pertanto, ogni uomo pur nascendo isolatamente con un suo tronco particolare dalla terra naturale materna, geneticamente legato a quella discendenza, si dovrà lasciare trasformare sul piano spirituale in un tralcio. È questa la condizione per acquisire “sacramentalmente” la fratellanza di Gesù e di conseguenza assumere la nuova umanità divinizzata in Lui con il Battesimo di acqua che, nel senso botanico, lo “trapianta” letteralmente nella Terra mariana del Grembo universale. È in virtù di tali dinamiche che il battezzato diviene capace di ricevere, come dono supremo, “la figliolanza regale divina”, ancor prima di avere ricevuto il dono della Fede. Dal momento che Gesù è il Tronco vinifero inviato dal Padre celeste, con gli uomini creati in Lui quali Suoi tralci, è di vitale importanza non staccarsi mai da Lui né sradicarlo dalla Terra mariana, se si vorrà portare frutto mediante i grappoli che dai tralci hanno origine. Separati da Gesù e sradicati dalla Terra, noi uomini diventiamo sarmenti, buoni soltanto a essere gettati nel fuoco della separazione, della discordia e della ribellione in cui bruciare impietosamente. È questa la sorte decisa da quei cuori che vorranno intenzionalmente perdere la connessione vivificante con il Cuore di Gesù, trasformando le loro persone da tralci in sarmenti. In una tale condizione di scelta esistenziale l’intelletto, le passioni, i sentimenti e le intenzioni vengono consegnate al piromane per eccellenza, il padre della menzogna e l’omicida sin dal principio, anche noto con i titoli di serpente, satana, separatore, accusatore, lucifero, drago e falso profeta. La Sapienza divina, che non priva mai dei doni elargiti i destinatari, ha permesso al maligno di continuare a beneficare del grande intelletto e della notevole abilità che gli erano stati conferiti. Nonostante l’alto tradimento avuto come risposta gli ha concesso di tentare l’uomo, a patto di non violare il suo bene più alto, il libero arbitrio. Il padre della menzogna ha in questo modo ottenuto da Dio il permesso di ottenebrare gli intelletti delle anime, a iniziare dalla concupiscenza dei corpi, di intorpidirne l’affettività e di confonderne la memoria fino a osteggiare addirittura la trasformazione sacramentale a divenire figli di Dio a quanti lo avessero richiesto e desiderato. Il punto fondamentale è che il Creatore ripone una fiducia illimitata nella creatura umana, fatta a Sua immagine e somiglianza e, dunque, capace di incalcolabili potenzialità in grado di sprigionare tutta la forza del Suo infinito amore trinitario. Dio Padre ripone piena fiducia in ogni figlio e lo ha reso capace, nel Suo Unigenito, di sventare già sulla terra qualsiasi complotto e di sconvolgere agilmente ogni perverso disegno architettato dal male. Ma, attenzione a quel particolare del carattere paterno, molto spesso trascurato in pressoché tutte le epoche storiche, che riguarda i sentimenti di protezione e di gelosia nei riguardi dei Suoi figli più piccoli e indifesi che sono gli zigoti. A partire da questi la Sua gelosia si estende agli embrioni e ai feti, categorie per le quali ha una predilezione unica rispetto ai figli più grandi nella carne, di cui predilige da sempre i più indifesi e malati nel corpo e nell’anima. Il secondo gruppo di Suoi figli sono i puri spiriti, conosciuti anche con il nome di angeli, a tutti gli effetti i fratelli maggiori degli uomini. Da sempre l’Amore trinitario di Dio si fonda sulle piccole cose e, sin dall’eternità, è per loro tramite che realizza le grandi.
La spiga di grano che la Terra mariana ha generato a partire dal Chicco Unigenito che ha concepito di Spirito Santo, è divenuta la Vite vinifera il cui succo è “sgorgato” dal Corpo trafitto di Cristo nell’effusione ematica del Suo Cuore spezzato. Di grande supporto per una più accessibile comprensione, suffragata oltre che dalla fede da un minimo di ragionevolezza, risultano essere l’enigma e la parabola proposti agli Israeliti da Ezechiele al capitolo diciassettesimo dell’omonimo libro. Il profeta, così vicino ai suoi fratelli ebrei deportati in Babilonia, fa difatti ricorso in questo inciso letterario a delle immagini insolite che menzionano due aquile, due cedri, un monte alto e una sola pianta di vite. Infatti, l’offerta del pane, se da un lato rimanda all’uomo plasmato dal fango della terra, dall’altro apre alla luce dell’Incarnazione che riconduce l’intero creato al Corpo di Gesù, generato e non creato nella Terra mariana per nascere da essa. La terra del primo presupposto è indubbiamente di natura minerale, quella del secondo è biologica di natura corporale Mariana, che viene tramutata spiritualmente con il Suo Sì in “Madre di Dio” e ai piedi della Croce in “Grembo universale di Dio”. V’è dunque in questa fase del Rito d’offertorio un implicito riferimento alla spiga di grano che, nel Chicco morto dell’Unigenito, riconcepirà e rigenererà i chicchi morti di grano dell’intera umanità redenta e salvata. Il ruolo generante della Madre è preminente in questa seconda parte della Celebrazione, detta sacrificale, laddove il Chicco di grano speciale che muore, cadendo nella Terra materna impietrita dal dolore, darà vita con la Sua morte e resurrezione a tutti i chicchi che erano morti e sepolti e, che mai e poi mai avrebbero potuto altrimenti risuscitare per aderire al progetto divino della Salvezza universale. È tutta qui la sintesi del Sacrificio espiatorio pagato sino in fondo dalla Persona di Cristo per il riscatto del peccato dell’uomo, in presenza di Maria Sua e Nostra Madre.
Come sarà detto in seguito, tale Sacrificio ha avuto bisogno del legno della croce per farne l’Altare della Sua immolazione; del Grembo straziato e immacolato di Sua Madre, per farne l’Altare della Sua prima deposizione e, infine, del Sepolcro nuovo quale dimora provvisoria e trampolino di lancio della Sua gloriosa Resurrezione. Il Pane consacrato divenuto Corpo di Cristo potrà venire allora distribuito ed essere mangiato come Cibo di vita eterna, dal momento che ad ogni Eucarestia si realizzano ordinatamente e sequenzialmente questi tre passaggi. È difatti grazie alla Resurrezione che lascia il sepolcro vuoto, che il Pane della vita può compiere l’ultima tappa di quel lungo percorso creaturale, filogenetico e ontogenetico che, dalla prima cellula uomo plasmata dalla terra, Lo vedrà trionfare vittoriosamente sull’ultima cellula redenta e salvata del corpo di ogni uomo. Attraverso il rito della Comunione sacramentale, che sarà trattato nella sezione conclusiva della liturgia eucaristica, il comunicando è chiamato dunque ad attingere in pienezza dalle Grazie divine, mangiando il Pane della vita e bevendo dal Calice il Vino della salvezza. In tal modo, nutrendosi egli potrà nutrire i fratelli di ogni età e sviluppo anatomico, di ogni tempo, luogo e razza, perché saldamente connesso con il suo tralcio al fusto del vitigno di Cristo.
In riferimento all’acqua è bene sottolineare come essa sia presente in piccola percentuale anche nel pane, benché costituisca la componente principale del vino. Approfondendo il significato delle Parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena è possibile evincere come Egli abbia voluto ricondurre al Padre tutti gli uomini che da sempre e indistintamente considera Suoi fratelli, perché creati quali cellule del Suo Corpo Mistico. Difatti, la salvezza operata da Gesù è una Salvezza universale in quanto si stende, con le sue grandi ali d’aquila, dalle fasi iniziali del divenire corporeo e spirituale dell’uomo fino ai confini più eccelsi del cielo. In realtà l’universalità di tale Salvezza preesiste alla stessa creazione in quanto è insita nell’Amore infinito intra-trinitario di Dio che, sin dall’Eternità, travalica ogni limite anteriore e posteriore di tempo e di spazio e gli stessi confini che fanno da cornice al concepimento, al libero arbitrio e alla morte dell’uomo nonché alla libertà dell’angelo.
L’uomo, a iniziare dalla sua condizione monocellulare di zigote e fino allo stadio pluricellulare di blastula, risulta totalmente privo di vasi sanguigni e di cellule ematiche proprie. In tale contesto il suo corpo è in realtà molto simile al pane azimo contenente semplicemente farina e acqua. La suddetta condizione lo rende dunque assimilabile a quel “qualcosa” di granuloso e minuto, fine come la brina e ricoperto da un sottile strato di rugiada che, nel deserto in prossimità del monte Sinai, il popolo di Israele ricevette da Dio dandogli il nome di manna. Dalla fase di gastrulazione in poi, ciascun uomo vedrà germinare progressivamente da dentro quel minuscolo frammento granuloso che costituisce il suo corpo, un piccolissimo tralcio volto ad estendersi fino agli estremi confini di quella stessa terra corporea, destinata alla conquista dello spazio intrauterino. Crescendo e sviluppandosi nel tempo, quel tralcio saturerà l’organismo di un’enorme rete di vasi capillari, arteriosi, linfatici e venosi che accompagneranno, affiancandola, ogni singola struttura anatomica, organo, apparato e sistema.
Un collegamento con le nozze di Cana diviene allora plausibile tra le acque del fiume Nilo e il sudore nel Getsemani, che si trasformano entrambi in sangue. Nell’episodio di Cana di Galilea, che san Giovanni associa al primo miracolo o al primo dei sette segni compiuti dal Maestro, Gesù aveva trasformato in Vino pregiatissimo su richiesta della Madre, per la prima volta chiamata Donna, l’intero contenuto acquifero presente all’interno di sei giare riservate ai riti di purificazione degli ebrei. Gesù chiamerà la Madre, per l’ultima volta dall’alto della Croce alla presenza dello stesso evangelista, con il medesimo appellativo di Donna. Le sei giare diventano il simbolo dei sei giorni della creazione, in ciascuno dei quali ogni cosa viene fatta in progressione e in vista della prima venuta di Gesù, all’interno dei quali ciascuna cosa continua ad essere in vista della Sua seconda venuta. L’acqua è segno dell’umanità delle origini, i riti di purificazione rimandano alla realtà del Sacramento della confessione già operante sin dalle primissime fasi dell’esistenza umana. Tali acque, versate dai servi nelle singole giare contenenti all’interno due o tre barili, sottolinea il continuo e costante contributo che gli angeli di Dio hanno offerto e continuano ad offrire all’Opera della creazione. L’uomo dell’ultima giara è in diretta successione mitotica e meiotica e, dunque, in continuità filogenetica e ontogenetica con i fratelli della prima giara e con l’intera creazione. Tale uomo unicellulare e primordiale riveste dunque, al cospetto di Dio, lo stesso valore e consistenza dell’ultimo uomo pluricellulare moderno, in virtù del Vino pregiatissimo con il quale il Suo Unigenito ha saputo trasformare l’intero volume d’acqua nel Suo Sangue Salvifico, riportando ogni cosa al Cuore di Dio. Pertanto, la trasformazione dell’acqua in Vino pregiato, di qualità addirittura superiore a quella bevuta fino ad allora dai commensali, diventa un annuncio profetico della trafittura toracica che l’Unigenito subirà sul Golgota. La medesima trafittura continuerà a trafiggere il Suo costato immobile sugli Altari eucaristici di tutto il mondo, fino alla fine dei tempi. L’episodio delle nozze di Cana costituisce allora, nel suo complesso, la sintesi mirabile della creazione e il segno anticipatorio del compimento e dell’universalità dell’opera di Redenzione e di Salvezza mediante le quali, il Figlio di Dio fatto uomo, traghetterà l’intero contenuto umano delle sei giare all’ottavo giorno della creazione. Il Venerdì santo muore, il Sabato santo salva a cuore fermo, la Domenica risuscita e fa risuscitare tutto ciò che era morto.
Il Sabato santo, “lo Shabat (שבת)” è il giorno del silenzio che precede la Domenica della Resurrezione. È il giorno dedicato al riposo dell’uomo, perché Dio Padre e Dio Spirito Santo sono immobili all’interno e all’esterno del Sepolcro nuovo con il Corpo esanime di Dio Figlio che vi è deposto. È il giorno dell’abbandono, relativo ma non assoluto, alla morte senza decomposizione della Seconda Persona della Santissima Trinità da parte di Dio Padre e di Dio Spirito Santo. In quanto Dio della Vita, la Santissima Trinità discende agli inferi nella Carne inanimata della Seconda Persona divina, durante le 40 ore di morte reale senza corruzione, per vivificare la morte e ridestare le anime degli inferi a nuova vita. È il Manto della Madonna, emblema del Suo Amore materno, l’unica realtà fisica che sia stata in grado di estendersi, con il Figlio avvolto al Suo interno, fino agli abissi insondabili del tramonto della vita per portarvi la nuova Alba. In questo giorno memorabile, nel quale settimanalmente si celebra la vigilia della Pasqua e il perpetuarsi di questa dolorosa e salvifica ricorrenza, Dio Padre e Dio Spirito Santo, pur non potendo “morire” con Cristo continuano spiritualmente ad essere con Lui Una Sola Sostanza Divina. L’Ebreo fedele a Dio smette allora di compiere qualsiasi azione e cessa da ogni lavoro che Dio, creando, aveva compiuto senza nulla togliere alle tante spiegazioni possibili e tutte molto suggestive affidate alla tradizione. Quanti ancora oggi osservano e onorano il Sabato Santo, prefigurato dallo Shabat, custodiscono difatti nell’intimo dei loro cuori questa indicibile, immensa ed impenetrabile Verità di Un Dio morto e deposto nel Sepolcro nuovo, scavato nella roccia.
Quando si attacca o si demolisce una Chiesa con il suo Altare principale o con i suoi Altari secondari, distruggendone il Tabernacolo e disperdendone le Ostie consacrate, è il maligno a manifestare il suo Odio dissacrante, attraverso l’inganno dell’uomo artefice di quel gesto. In esso si rivela la furia omicida e disperata del padre della menzogna, così accecato dalla fiamma perpetua dell’Odio da scagliare i suoi adepti contro la Casa di Dio, impotente davanti alla Resurrezione della Sua Carne. La morte dell’attentatore, unitamente alle morti dei fedeli e al dolore dei loro cari, costituiscono un “refrigerio” per lo spirito diabolico agonizzante consapevole della sua imminente sconfitta.
Alla luce della riflessione teologica che affonda le sue radici nella Scrittura, nei Padri della Chiesa, nel Magistero, nella Tradizione, avvalendosi della Scienza quale dono dello Spirito Santo, si può affermare come sia la filogenesi che l’ontogenesi umane abbiano inizio e fine in Cristo. Entrambe chiamate a partecipare in modo prodigioso, nella persona del fedele sacramentato, al Suo mistero di Morte, Resurrezione e Seconda Venuta sulle Acque che evaporano nel cielo per la Ricapitolazione finale.
Per poter rispondere alla domanda sul perché di una doppia offerta cui fa seguito la doppia consacrazione, bisogna invocare l’assoluta gratuità della Redenzione e della Salvezza universali che Dio Padre ha voluto e previsto sia per l’uomo-Acqua che per l’uomo-Sangue. Redenzione e Salvezza sono stati previsti in Cristo tanto per quelle persone che hanno vissuto le fasi embrionali, dallo stadio di zigote fino a quello di blastula, quanto per la stessa umanità che è andata oltre tale stadio di sviluppo spingendosi fino allo stadio pluricellulare aereo e compiuto di anziano. La doppia offerta e la doppia consacrazione conferiscono pertanto una maggiore chiarezza espositiva ed esegetica al rito, nonostante il Pane e il Vino che diventeranno il Corpo e il Sangue di Gesù abbiano già in Sé sia il Sangue che l’Acqua nei composti biochimici e nei miscugli biologici omogenei ed eterogenei che li costituiscono singolarmente. A tale prima domanda possono seguirne numerose altre, tra cui quella relativa all’azione del sacerdote che versa un po’ d’Acqua nel Calice del Vino quale segno della nostra unione con la Vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana. Sul perché di tale azione e di tali Parole è opportuno ancora una volta invocare l’abbraccio universale che caratterizza ogni Celebrazione eucaristica. Essa stende difatti la sua azione di grazia all’intero creato, da Adamo, tratto e plasmato dalla terra fisica, a Eva, modellata e plasmata dalla terra biologica e, più precisamente, dall’osso costale di Adamo. L’Acqua unita al Vino unisce irreversibilmente in Cristo, già presente sull’Altare e che a breve lo sarà anche nelle Specie eucaristiche transustanziate, tutto l’uomo, dall’uni-cellula provvista di sola Acqua alla realtà umana pluricellulare compiuta in cui scorre impetuoso il Sangue. Ci si potrebbe ancora domandare perché il Pane diventi Cibo di vita eterna e il Sangue Bevanda di salvezza della nuova ed eterna Alleanza. Il Pane viene trasformato nella Consacrazione nel Corpo di Gesù mentre il Vino e l’Acqua diventano il Sangue di una Nuova ed Eterna Alleanza. Difatti il Vino, rispetto al Pane, è quella Sostanza in grado di allontanarsi fisicamente dal Corpo del Crocefisso, a motivo dello stato liquido in cui si trova. Tale allontanamento della componente corpuscolata e plasmatica, quale esito della sedimentazione ematica avvenuta nel pericardio di Cristo conseguentemente alla rottura del cuore, avviene anzitutto mediante la ferita penetrante del costato ad opera della lancia del soldato, indi attraverso le numerose altre lesioni cutanee e muscolari che Gli sono state inflitte. È in virtù di tale “inconcepibile” permissione elargita da Dio Padre allo spirito del male, che ogni estrema periferia dell’umanità potrà da questo momento in poi essere comunque raggiunta e bagnata dai rivoli della Salvezza universale dell’Unigenito. È difatti Volontà del Padre celeste donare, a ciascuno dei Suoi amatissimi figli dispersi a ogni longitudine e latitudine della Terra nelle più disparate forme di vita intrauterina acquatica o extrauterina aerea, la possibilità di essere chiamati dal nulla della morte alla vita e di passare alla Vita eterna nel rispetto della libertà di ciascuno. Con la doppia offerta del Corpo e del Sangue presentati sull’Altare, il Padre svela e il Figlio rivela, nella Potenza dello Spirito Santo, la Verità immobile del Mistero Trinitario. La doppia Consacrazione sacralizza e ricapitola l’arco di tempo e di spazio compresi tra la prima venuta di Gesù a Nazareth con l’Annunciazione e la Sua Seconda Venuta nel corpo sacramentato del fedele nella Comunione. Dal primo Adamo alla prima Eva tutto è stato espiato, redento, ricapitolato e salvato passando per il Golgota, per il Sepolcro vuoto e per la gloriosa Ascensione fino alla fine dei tempi.
Il Dio Uno e Trino ha voluto così essere rivelato dal Suo Unigenito ai tanti figli dispersi sulla terra, manifestando nel silenzio il Suo vertiginoso rigore teologico, scientifico, esegetico, ermeneutico e intellettuale, al fine di lasciare comunque a ciascuna cellula uomo la libertà di riconoscere o meno la sua origine e il fine ultimo della sua esistenza nel Corpo Mistico di Cristo. Pur essendo Dio puramente Spirito e Verità, ad ogni Celebrazione eucaristica si fa vedere, ascoltare, odorare, toccare e gustare con i sensi fisici e spirituali dei Suoi fedeli rendendo tale Evento il più sublime, spirituale e materiale avvenimento che si sia mai compiuto sulla terra. Le riflessioni riguardanti il lavabo, il pane, il vino, l’acqua, la terra, la vite, la spiga, gli azimi e quant’altro sia stato detto, costituiscono semplicemente una partecipazione alla lettura spirituale personale che continua ad avvicinare l’autore ad una più profonda partecipazione ai riti di presentazione del Pane e del Vino.

PREGHIERA EUCARISTICA
Il prefazio è la prima parte della preghiera eucaristica nella quale il sacerdote rende grazie a Dio per le meraviglie operate e che continua a realizzare nella storia della Salvezza. È una preghiera dallo stile solenne, recitata o cantata a seconda del tempo liturgico. In essa spicca l’invito rivolto dal celebrante ai fedeli a tenere in alto i loro cuori, cui segue la risposta dei medesimi nella quale rassicurano il celebrante di averli rivolti al Signore. Difatti, non è con la sola ragione che il fedele partecipa e può rimanere spiritualmente e fisicamente presente fino al compiersi del Sacrificio espiatorio, ma soltanto se avrà saputo maturare un cuore dal miocardio giovanneo, totalmente rivolto al Signore, altrimenti scapperà via distratto da mille pensieri con gli altri apostoli. Tutti, in questo momento solenne, sono invitati a mettere da parte inquietudini e a tralasciare le cose del mondo che usualmente albergano le menti, al fine di partecipare in maniera personalissima ed esclusiva al Sacrificio supremo che Cristo, offrendosi come vittima, sta per compiere sull’Altare. È veramente eroico, in questo drammatico momento, riuscire ad accompagnare con il canto la morte di Dio e, qualora si riesca a farlo, bisognerebbe a maggior ragione riuscire a cantare dinanzi la morte di un caro congiunto.
Il Sanctus è la seconda parte della preghiera eucaristica che viene cantato o recitato ad alta voce dal sacerdote unitamente all’assemblea. Ha inizio con la lode a Dio e utilizza le medesime parole dell’inno elevato dai Serafini e riferito dal profeta Isaia nel descrivere la visione inaugurale del suo ministero profetico nel Tempio di Gerusalemme. Le medesime parole di lode a Dio saranno utilizzate dalle quattro creature dell’Apocalisse, ciascuna costellata di occhi intorno e dentro e dotata di sei ali. Questa orazione è dunque un’esultanza della Chiesa e dei cori celesti nell’esprimere un unico inno di lode nel quale, uomini e angeli, inneggiano all’unisono la Santità di Gesù Redentore e Salvatore del mondo. La preghiera continua e riprende l’episodio descritto nel vangelo di Matteo relativo all’entrata trionfale a Gerusalemme, tra le grida esultanti delle folle. Il Signore fu in tale circostanza osannato, benedetto e proclamato “Figlio di Davide”. Tali acclamazioni si concludono con la più solenne dichiarazione di santità e di trascendenza di Gesù che la Chiesa e i Cori angelici abbiano mai proclamato: «Osanna nel più alto dei cieli». Il Sanctus, unitamente ai suddetti passi vetero e neotestamentari costituisce l’anamnesi, vale a dire l’atto di fare memoria, riscaldando con il cuore i contenuti spirituali in essa espressi.

EPICLESI E CONSACRAZIONE
Giunti a questo punto, poco prima della Consacrazione, v’è un momento particolare e solennissimo chiamato epiclesi, nel quale il sacerdote agendo in Persona Christi, ovvero come se fosse egli stesso Cristo, invoca Dio Padre affinché mandi lo Spirito Santo a operare la transustanziazione o transubstanziazione delle offerte presentate sull’Altare. L’invocazione allo Spirito Santo e alla Sua divina capacità vivificante e trasformante, non si limita alle sole Specie eucaristiche ma viene estesa ai fedeli e ai comunicandi, affinché tutti siano trasformati e resi idonei a prendere parte, ciascuno in accordo ai talenti ricevuti, degli inestimabili benefici e servizi che il Sacramento veicola. In questo momento, sull’Altare, si sta attuando per intero la Crocefissione del Golgota.
La Consacrazione che segue immediatamente all’epiclesi è il momento supremo della Messa. Per suo tramite viene a realizzarsi il prodigioso passaggio del Pane e del Vino nella Sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo crocefisso. Tale transito è la sintesi di tutti i passaggi che, a partire dagli elementi chimici fondamentali della terra e del lavoro dell’uomo, hanno portato alla formazione del corpo e del sangue dell’uomo, di cui Cristo crocefisso è il fondamento, il tramite e il culmine. La transustanziazione ripercorre tutte le singole tappe che, ad iniziare dagli elementi primordiali presenti nelle primizie dell’offertorio, hanno portato alla Carne vitale e al Sangue salvifico di Cristo. Essa ha luogo in condizioni ambientali ordinarie e si attualizza in presenza del miscuglio di sostanze aeriformi, costituito da gas e vapori, che caratterizzano l’atmosfera nella quale vive l’umanità. Tale passaggio, definito incruento in riferimento alla composizione chimico-fisica delle specie che rimangono tali è, in realtà, sul piano spirituale il prodigioso risultato di una reale trasformazione delle specie offerte nel Corpo e nel Sangue del Signore crocefisso. In tali celestiali dinamiche è possibile percepire l’effusione delle componenti liquida e corpuscolata del Suo Sangue versarsi, attraverso il costato trafitto, dal Calice pericardico innalzato sulla Croce nel calice materno sottostante. L’elevazione delle due Specie consacrate e la loro ostensione tra le dita purificate delle mani del sacerdote evidenziano il dialogo intimo e profondo tra il Calice delle alture e il calice materno della valle di lacrime sottostante ai suoi piedi. In forza delle Parole e delle azioni che il sacerdote compie nel rivolgersi al Padre celeste, prende dunque corpo il Sacramento eucaristico, laddove il plasma e l’ematocrito del Sangue di Cristo si allontanano dal Suo Corpo inanimato e si versano invisibilmente dal Calice dell’Espiazione nel Calice della Consacrazione, per quanto alla vista, al tatto, al gusto e all’olfatto il Pane rimanga pane e il Vino permanga vino. È stato detto che le Parole della consacrazione sono esattamente quelle che Gesù pronunciò nell’ultima cena, che il sacerdote ripete fedelmente genuflettendosi in adorazione, dinanzi a quanto Dio opera e continua ad operare. Le Specie appena consacrate vengono dunque innalzate in modo da permettere anche ai fedeli la medesima adorazione con i sensi corporei e i sensi dell’anima. Le Parole che il sacerdote pronuncia agendo in Persona Christi, rivolgendosi al Padre celeste con l’Ostia tra le dita, sono le seguenti: «Nella notte in cui fu tradito, Egli prese il Pane, Ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai Suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il Mio Corpo offerto in sacrificio per voi». Dopo l’elevazione dell’Ostia il sacerdote prende tra le mani il Calice del Vino e dice: «Dopo la cena, allo stesso modo, prese il Calice, Ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai Suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti, questo è il Calice del Mio Sangue, per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”». Segue l’elevazione del Calice e un profondo silenzio talvolta interrotto dal suono di un campanello, unitamente alla mesta genuflessione del celebrante e dell’assemblea, a sottolineare la profonda partecipazione e l’abissale gratitudine di tutti i partecipanti al Dio Uno e Trino, nella comunione degli angeli e dei santi, per l’avvenuta Consacrazione. Gli elementi primordiali della creazione, l’ossigeno, il carbonio e l’idrogeno, in natura così diversamente combinati tra loro e trasformati dalla fatica e dal lavoro dell’uomo nel pane e nel vino dell’offerta, in presenza dei gas e dei vapori disciolti nell’aria sono divenuti il Corpo e il Sangue di Cristo crocefisso, nostro Signore e Salvatore.

ANAMNESI E SECONDA EPICLESI
Avvenuta la transustanziazione il sacerdote si rivolge ancora una volta al Padre celeste affinché riunisca la Sua Chiesa nel Suo Unigenito in Un Solo Corpo e in Un Solo Spirito. È questa la condizione indispensabile perché si realizzi, nella Potenza dello Spirito Santo, la Seconda Venuta di Gesù. Tale seconda epiclesi, che diviene profeticamente icona della Seconda Venuta di Cristo nella Gloria, presuppone la libera volontà di ciascun uomo a divenire con l’anima e il corpo, uno strumento fedele e perseverante al totale servizio del Corpo Mistico di Cristo, così come una cellula differenziata lo è per il corpo al quale appartiene. Nel momento in cui ogni uomo avrà messo le proprie funzioni di mantenimento e di lusso a completa disposizione del Corpo Mistico di Cristo, rinunciando al male, potrà realizzarsi la Sua Seconda Venuta sulla Terra. In tale ottica il comunicando, già sale della Terra, diviene tralcio di connessione tra il tronco della Vite di Cristo e i frutti copiosi di grazia che sono i grappoli d’uva. La preghiera prosegue e si sofferma sui frutti dell’Eucarestia, mentre l’anamnesi ricorda e menziona le offerte fatte da Abele, da Abramo e da Melchisedek a Dio, a Lui gradite dal momento che rappresentavano tutte la prefigurazione dei Doni presentati e transustanziati sugli Altari eucaristici del mondo. Viene invocato nuovamente Lo Spirito Santo affinché plasmi, senza stancarsi, i comunicandi destinati a divenire il sale puro che dà sapore alla Chiesa, contribuendo così alla santificazione del mondo. Abele è il secondogenito di Adamo ed Eva. È il figlio concepito dopo Caino e dunque colui che continuerà ad essere concepito dopo qualcun altro. Caino è invece il primogenito, o meglio colui che è già nato, è cresciuto e continuerà a nascere e a venire al mondo prima di qualsiasi altro. Caino diventa l’abile coltivatore della sua terra corporea, sempre pronto a difenderne il nome e il casato. Vivrà da proprietario e geloso custode del proprio albero genealogico, crescendo separato dall’altrui realtà biologica e spirituale. In tale condizione di isolamento offrirà agli idoli della sua religiosità, cultura e genetica convergenti in un solo Dio i prodotti della terra, comprensivi del pane della felicità quotidiana e del vino dell’ebrezza giornaliera. Questa è l’offerta che Caino, ancora oggi, rivolge al suo Dio nella convinzione di avere guadagnato tutto ciò che ha grazie alle sue mani, con la fatica e il sudore della sua fronte. Abele diviene dunque ai suoi occhi miopi il fratello minore “scomodo e incompleto” degno di morte se non gradito. Con il trascorrere del tempo il primo Caino si è trasformato in una schiera di Caini che, nella “Pienezza dei tempi”, è giunta a definire giuridicamente e scientificamente la generazione di Abele, paragonandola ad una popolazione costituita da interessanti agglomerati cellulari senza la dignità di esseri umani e comunque privi del diritto alla vita. Caino, maschio e femmina che sia, non sa che al momento della sua morte verrà giudicato dal fratello Abele e ignora come agli occhi di Dio sia Abele il pastore delle greggi e lui il coltivatore del suolo fisico e corporeo, orgoglioso e bramoso di fare carriera e di ostentare le primizie della terra che, con fatica, ha coltivato. Dio gradisce pertanto l’offerta presentata da Abele che, pascendo nella verdeggiante campagna uterina del grembo materno il gregge cellulare della sua corporeità in moltiplicazione mitotica e meiotica, gioisce con la sua anima ed il cuore protesi a Cristo. Caino non sa che suo fratello minore, impalpabile ed etereo come l’aria e il fumo, rappresenta la figura del Buon Pastore che, non avendo altro da offrire a Dio Padre, dona tutto se stesso nelle primizie della sua condizione di vita embrionale in attesa che si formi il grasso fetale per offrirgli anche quello. Caino non sa come quel grasso costituisca, una volta formatosi, un prezioso e potente elemento per lo svolgimento delle molteplici funzioni vitali, materiali e spirituali proprie del Corpo Mistico, quali ad esempio: la funzione meccanica, di riserva, termoisolante, di regolazione metabolica e di difesa immunitaria che il Corpo Mistico è chiamato a svolgere nei confronti delle varie popolazioni di anime che lo costituiscono. Caino non sa che suo fratello Abele, nella sua fragilità di indigente cellulare, è prefigurazione della povera vedova dei vangeli la quale getta nel tesoro del Tempio i due spiccioli che possedeva, ovvero le poche cellule di cui disponeva per vivere. Caino non sa che al momento del trapasso vedrà Abele con gli occhi della sua anima e sussulterà nel sentirsi chiamare fratello, sorella, papà, mamma, amico. L’anima del primo Caino aveva già accettato e riconosciuto il triste ruolo di coltivatore dei campi e, non appena intuì che colui che stava per venire al mondo avrebbe minacciato la sua posizione, sovrastandolo nell’Amore e nel Timore di Dio, senza porsi troppe domande alzò le mani al cielo e l’uccise nella campagna uterina. Luogo quest’ultimo dove è molto bassa nel corpo del concepito la densità delle popolazioni cellulari rispetto al corpo di chi è già nato, paragonabile ad una città. Il Caino di oggi ha imparato, oltre a uccidere Abele in tanti altri modi, a crioconservarlo e a manipolarlo geneticamente adattandolo ai propri bisogni, per giustificare puntualmente ogni sua condotta malsana nel nome della scienza sotto il patrocinio della legge. Melchisedek, re di Salem, da Shalom (שָׁלוֹם) che significa Pace, è un personaggio misterioso che appare all’improvviso ed è sorprendentemente sprovvisto di una genealogia propria che lo leghi ad una famiglia o ad un popolo. Tale figura scompare altrettanto repentinamente come è apparsa, senza lasciare traccia di sé, per quanto le sue parole e i suoi gesti profetici nel momento in cui egli offre al Dio Altissimo il Pane e il Vino divengano l’immagine perfetta, Vetero e Neotestamentaria, del Sacerdozio eterno di Cristo. Questo paradigmatico re dell’antichità aveva, difatti, benedetto Abramo con il Pane della terra e il Vino della vite, allorquando il grande patriarca e padre della fede era rientrato vittorioso dalla battaglia contro Chedorlaòmer insieme ai suoi trecentodiciotto uomini. Questi ultimi, dediti prevalentemente alla pastorizia, si erano improvvisamente rivelati dei validissimi soldati e degli abili strateghi in campo militare. In quella circostanza Abramo, nelle vesti di un generale, era riuscito a liberare il nipote Lot, figlio di suo fratello Haran dalle mani dei nemici, insieme a tutti i beni che aveva con sé, le donne e il popolo che era stato fatto prigioniero. Il comunicando, come un novello Abramo, diviene anche lui “uomo di liberazione” non solo per gli amici e i parenti più stretti ma anche per quanti, suoi fratelli in Cristo, sono stati resi prigionieri dal male liberandoli insieme alle loro donne e restituendo loro i beni spirituali che erano stati trafugati. Il comunicando è dunque chiamato a riportare vittoria nella battaglia contro il nemico perché, come Abele, non confida in se stesso quanto piuttosto nell’esercito invincibile degli angeli e dei santi, capitanato dall’arcangelo Michele generale supremo nella difesa dell’Amore e della Pace che provengono da Dio. Il comunicando, nel ruolo di alto ufficiale della fede e di centurione al servizio della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ha difatti già in mano la vittoria nel Nome delle tre Persone della Santissima Trinità (3), che sono un solo Dio (1). Con tali certezze può dunque combattere e conseguire, vittorioso, il fatidico passaggio dal settimo all’ottavo giorno della creazione (8) nel silenzio, dall’interno della sua persona redenta e santificata, schierando l’enorme potenziale bellico sacramentale del Bene di cui dispone, senza dover ricorrere alle antiche armi convenzionali pre-sacramentali di un tempo. In segno di gratitudine Abramo darà a Melchisedek la decima di tutto ciò che possedeva, così come il comunicando darà a Dio in segno di tributo il suo apostolato perenne nella carità che esprimerà attraverso il lavoro quotidiano, grazie alle dieci dita delle sue mani e con il cammino di Fede che necessiterà delle dieci dita dei suoi piedi. Le dita delle mani e dei piedi costituiranno la “decima” che ciascun cristiano potrà in qualsiasi momento offrire a Dio mediante il suo sacerdozio battesimale e ministeriale.

INTERCESSIONI E DOSSOLOGIA
La preghiera eucaristica sacerdotale prosegue con le intercessioni e si rivolge a Maria santissima, Madre di ogni intercessione, fino ad estendersi a San Giuseppe, Suo castissimo sposo e patrono della Chiesa universale. Infine, la preghiera raggiunge tutti i defunti nella Comunione degli angeli e dei santi. In tal modo la Chiesa pellegrina, la Chiesa purgante e la Chiesa trionfante si ritrovano in un unico coro ad esprimere un’univoca richiesta di intercessione da parte di quanti hanno testimoniato, con il dono della loro vita, l’Amore di Cristo a iniziare da Maria santissima Sua e nostra Madre.
Dossologia significa glorificazione di Dio. Questa formula ha il suggestivo sapore di un rituale eterno che l’assemblea dei fedeli e il sacerdote rivolgono alla Santissima Trinità, con il profondo dei loro cuori in segno di filiale affidamento. Tutto l’universo e ogni cosa sono stati Creati, Redenti e Salvati in Cristo e queste sono le Parole pronunciate dal celebrante: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli». L’assemblea rispondendo: «Amen» afferma all’unisono: «Certamente», «In Verità», «Così è!». Con questa seconda elevazione del Calice e della Patena, il Calice materno accoglie dal Pericardio trafitto di Cristo il Sangue e i frammenti del Suo Cuore spezzato. Dalla santa Croce le sacre Specie passano sull’Altare eucaristico e raggiungono ogni realtà umana.

PREGHIERA DI GESU’
Nel rito romano il Padre Nostro è considerato parte integrante della Preghiera eucaristica sacerdotale e pertanto, a differenza degli altri riti, è pregato prima della frazione del Pane. Questo è un gesto molto antico ereditato dalla cena ebraica e compiuto da Gesù almeno due volte nella Sua vita terrena, nel duplice episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci e un’ulteriore volta, da Risorto, presso la casa dei discepoli di Emmaus. La frazione del Pane che il sacerdote compie con le mani non divide Cristo il quale rimane presente in tutta la Sua integrità, in ogni singola parte macroscopica e microscopica del Pane consacrato che è divenuto il Suo Corpo eucaristico. Con tale atto il sacerdote, in Persona Christi, spezza il Cuore di Dio che ha tanto amato l’uomo da seguirlo con il Suo contenuto ematico e cellulare fino agli abissi più profondi dell’esistenza, al fine di avergli ottenuto la remissione totale dei peccati avendone pagato il riscatto per intero, fino all’ultima goccia del Suo Sangue.
La condizione che ha determinato la morte di Gesù è stata la rottura del Suo Cuore. Tale evento si è sviluppato in maniera progressiva, lungo la via del Calvario, verosimilmente accelerato dal preminente contributo delle tre cadute devastanti avvenute sotto il peso del patibolo. Esso s’è compiuto definitivamente sulla Croce lignea al momento dell’alto grido. Le gravi lesioni riportate a seguito di ciascuna caduta hanno plausibilmente determinato la rottura traumatica del miocardio all’attaccatura dei grossi vasi, per quanto la sofferenza del miocardio abbia già potuto avere inizio nel Getsemani. A seguito di tale catena di eventi si è venuto a formare un versamento di sangue nel cavo pericardico determinando il conseguente emopericardio, condizione fatale che in breve tempo ha portato a morte Gesù per arresto cardiocircolatorio da “tamponamento cardiaco”. Il Cuore di Dio si è fermato dal momento che il muscolo cardiaco, a motivo dell’aumentata pressione esterna, non ha più potuto rilassare le sue fibre e permettere il conseguente riempimento diastolico delle quattro cavità. In concomitanza di tale drammatico episodio Gesù, spirando, ha emesso quell’alto grido dalla Croce.
Dio Padre ha voluto sin dal principio che la vita dell’uomo sulla terra avesse inizio con un respiro, nel passaggio dalla vita acquatica alla vita aerea e, con l’ultimo respiro del Suo Unigenito, ha avuto fine nel passaggio dalla vita aerea alla vita celeste. Coerentemente al volere paterno Gesù zigote, agli albori della Sua esistenza, iniziò a respirare nel Grembo di Maria, come ogni creatura umana, mediante i numerosi e microscopici “polmoni mitocondriali” mettendo in atto la “respirazione cellulare”. Al termine della Sua vita, esalando l’ultimo respiro in Croce, testimoniò come fosse la cessazione definitiva della respirazione polmonare e la conseguente cessazione della respirazione cellulare l’ultimo momento di vita dell’esistenza umana. La morte di un individuo non coincide pertanto con la cessazione irreversibile delle funzioni presenti nel suo encefalo, costituito dal cervello e dal tronco encefalico, documentate dall’elettroencefalogramma piatto ma dall’arresto definitivo e totale della respirazione cellulare aerobica e anaerobica in tutti i distretti corporei. Soltanto nell’attimo in cui l’ultima cellula di un corpo umano avrà smesso di respirare e, dunque, avrà cessato di poter ottenere energia attraverso la scomposizione di nutrienti più grandi in molecole più semplici, l’anima potrà lasciare quel corpo e ritornare a Dio. Nel libro della Genesi Dio ha soffiato nelle narici mitocondriali dell’uomo unicellulare, centro e apice dell’universo permettendogli così di potere immagazzinare energia sotto forma di ATP attraverso le reazioni di ossidoriduzione, che conseguentemente avrebbe utilizzato nei vari processi cellulari. In concomitanza con quel soffio di vita Dio ha infuso in quel corpicino appena creato l’anima immortale laddove, sul Calvario, il Suo Unigenito esalava l’ultimo respiro polmonare e non cellulare. Pertanto, come per l’esordio della vita fu necessaria alla cellula zigote la respirazione cellulare e l’infusione dell’anima, anche per la fine della vita sulla terra sarà necessario l’arresto definitivo di qualsiasi attività respiratoria in tutte le singole cellule corporee, con il conseguente distacco dell’anima. Nel rispetto di tali dinamiche le anime saranno libere di lasciare i loro corpi nei quali erano infuse e fare ritorno a Dio loro Creatore, Redentore e Salvatore. Tutto ciò rende ancora più spiegabile la Discesa agli inferi in Anima e Corpo di Gesù realizzatasi, nell’incorruttibilità della Sua Carne, durante le quaranta ore successive al Suo decesso nella parentesi temporale che ha preceduto la Sua Resurrezione. Queste 40 ore rappresentano il tempo della Misericordia finale, donato all’umanità affinché ciascuna anima giunta al termine della parabola terrena possa sperimentare, immersa nell’infinito oceano della Grazia di Dio e avvolta dal Manto compassionevole di Maria, ancor prima di venire sottoposta al “Giudizio particolare”, il Perdono del Padre celeste elevando il suo grido dalle compagini del Corpo morto ma non decomposto di Gesù Cristo, Suo Unigenito Figlio e Nostro Signore nella Potenza dello Spirito Santo. 40 sono i giorni della Quaresima, 40 furono i giorni in cui Gesù digiunò nel deserto, 40 i giorni in cui da Risorto trascorse con i Suoi discepoli, 40 i giorni del diluvio universale, 40 i giorni che Mosè trascorse sul Sinai, 40 i giorni che Caleb e Giosuè impiegarono per esplorare la Terra promessa, 40 i giorni e le notti impiegati dal profeta Elia per raggiungere l’Oreb, 40 i giorni della predicazione di Giona a Ninive e 40, infine, gli anni trascorsi dal popolo di Israele nel deserto. La vita intima del comunicando dovrebbe avere questo tono quaresimale per potere essere riempita dalla gioia pentecostale, frutto della Resurrezione.
Il versamento di Sangue nel cavo pericardico, denominato emopericardio, per essersi potuto configurare ha avuto bisogno che il Sangue abbia iniziato a fluire dall’interno delle camere cardiache e dei grossi vasi all’esterno. Dalle cavità del Cuore di Dio, rivestite da endocardio e dal lume dei grossi vasi rivestiti da endotelio, il Sangue si è dunque versato all’esterno e ha inondato il pericardio, facendosi spazio attraverso le lesioni post-traumatiche del miocardio e della tonaca muscolare dei grossi vasi. Il pericardio è, difatti, un sacco sieroso che avvolge il cuore estendendosi anche alle radici dei grossi vasi. La membrana pericardica di Cristo s’è dunque trasformata sulla Croce in un Calice traboccante del Suo Sangue preziosissimo e sacratissimo. All’interno del Suo torace ha avuto poi luogo, subito dopo la morte, la progressiva sedimentazione ematica con la stratificazione dei componenti corpuscolati più pesanti, rappresentati dai globuli rossi, dai globuli bianchi e dalle piastrine nel punto più declive del Calice. La disposizione di tali elementi in basso ha conferito una colorazione rossa mentre la componente più leggera, plasmatica, di colorazione azzurra si disponeva in alto galleggiando sulle cellule ematiche. Nessuno, ad eccezione di Maria santissima e di san Giovanni, entrambi impietriti dal dolore ed immobili ai piedi della Croce, avrebbe mai potuto immaginare l’immane prodigio d’Amore che stava per compiersi all’interno di quella sacratissima Rocca toracica del Figlio di Dio sacrificatosi per la Salvezza dell’Uomo. Fu grazie all’azione cruenta e provvidenziale della lancia del soldato romano che l’arcano poté essere svelato allorquando il fendente, trafiggendo il Costato di Cristo a Cuore fermo e a morte avvenuta, permise al Sangue sedimentato di fluire all’esterno. La frazione del Pane corrispondente alla rottura del miocardio, insieme alla testimonianza dell’apostolo Giovanni che attesta di avere visto Sangue e Acqua sgorgare dal Costato trafitto, costituiscono dunque due Segni sacramentali patognomonici, mediante i quali Il Padre celeste ha voluto realizzare in Cristo la Ricapitolazione finale del creato. «Padre, se vuoi, allontana da me questo Calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua Volontà». Il Padre ha ascoltato la Preghiera del Suo Unigenito ed ha allontanato, nella potenza dello Spirito Santo, il contenuto ematico sedimentato del Calice pericardico del Figlio. Tale divino contenuto continua a versarsi dall’alto della Croce, in ubbidienza alla forza di gravità, nel Calice materno sottostante ai Suoi piedi, che poggia sull’Altare. La Ricapitolazione dell’intero Creato è stata compiuta nella sua pienezza, dall’umanità e dalla divinità di Cristo che ha preso su di Sé ogni conseguenza del peccato riedificando la vecchia creazione con la Sua Morte, Resurrezione, Ascensione e Seconda Venuta. Nella Sua Morte Gesù ha difatti riscattato l’intera umanità, dall’uomo Acqua all’uomo Sangue. Con la Sua Resurrezione ha ridato a ciascuna anima separata dal corpo il Suo Corpo immortale. Con la Sua Ascensione ha ricondotto al Padre le anime e i loro corpi risuscitati per la Vita eterna o per la Morte eterna. Infine, al compiersi della Sua Seconda Venuta, che è già in atto, separerà definitivamente nel giorno del Giudizio universale le anime con i corpi risuscitati dei dannati dalle anime con un corpo glorioso degli eletti.
Il rito romano ha messo in risalto il momento culminante della rottura definitiva del Cuore di Cristo sulla Croce, mentre tutti gli altri riti, compreso quello ambrosiano, evidenziano le fasi che hanno preceduto e che hanno gradualmente determinato la rottura lungo la via Crucis. Per queste ragioni nel rito romano l’atto liturgico della Frazione del Pane segue e non precede la recita del Padre Nostro, dal momento che esso non si focalizza sulle rotture miocardiche multiple verificatesi lungo la via del Calvario. Non v’è pertanto alcuna contraddizione né incoerenza tra i riti presenti nella Chiesa, quanto un’enorme ricchezza di contenuti teologici, anatomici e anatomo-patologici volti a focalizzare, ciascuno a proprio modo, aspetti differenti del medesimo immenso Sacrificio d’Amore. La preghiera si conclude con le Parole che il celebrante e l’assemblea rivolgono a Cristo: «Tuo è il Regno, Tua la Potenza e la Gloria nei secoli».

PREGHIERA E RITO DELLA PACE
La Pace che dà Cristo affonda sui presupposti menzionati in precedenza. Ciò che si comunica con il rito della Pace, da persona a persona, non sono i buoni sentimenti o i pii desideri o ancor più l’augurio di non avere problemi, magari con l’auspicio che le guerre non tocchino mai le nostre famiglie. Si tratta in realtà di una Pace speciale che procede dalla Persona di Gesù Cristo che è Morto e Risorto per noi uomini dopo avere adempiuto fino alla fine la Volontà Suprema del Padre celeste. Essa è dunque fondamentalmente Pace eucaristica, che è Pace pre-Pasquale, Pasquale e post-Pasquale. Una Pace intra ed extra-Trinitaria pagata a prezzo di Sangue, che continua a venire offerta poco prima dei riti di Comunione per liberare ogni uomo, ancor più se comunicando, dai suoi conflitti interni ed esterni mettendolo in grado di partecipare con gioia alla realizzazione della Nuova Vita Eucaristica. È dunque la Pace del Risorto, la stessa che nel Cenacolo fu comunicata ai Suoi apostoli da Gesù a porte chiuse. Egli subito dopo mangiò il pesce arrostito che i Suoi avevano già preparato. Il pesce, in greco antico Ἰχθύς, con il suo acronimo diventa l’icona della sterminata schiera di fratelli che, morti prematuramente nel grembo materno, vivono adesso nel fuoco ardente dello Spirito Santo, avendo riposto tutta la loro fiducia nella Salvezza operata da Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Tali anime hanno bisogno di preghiere, di Celebrazioni eucaristiche, di buone intenzioni, di opere di carità e di indulgenze a loro suffragio ma soprattutto, hanno necessità di poter partecipare alla Comunione sacramentale per poter essere singolarmente transustanziate nel Corpo e nel Sangue di Cristo e divenire, in Lui, con Lui e per Lui, quella pregiata Pietanza che è la Sola a essere gradita a Dio Padre. L’Eucarestia è il Cibo di Vita Eterna, perché l’Unico in grado di riunire l’umanità intera in Un Solo Corpo. La Pace del rito è ancora quella che ha inizio nella Veglia pasquale, laddove la Luce viene attinta dal Cero pasquale per rischiarare ogni cosa. La Pace del rito è, infine, la Pace che illuminerà la Seconda Venuta di Gesù nella Gloria dei Suoi angeli e dei Suoi santi, per tutti coloro che avranno creduto in Lui amandolo fino alla fine dei tempi. Sarà la Pace che pacificherà ogni cosa, separando definitivamente i capri dalle pecore, il grano dalla zizzania, i chicchi dalla pula, i pesci buoni dai pesci cattivi, i falsi frutti dai veri frutti, la persona che si troverà sulla terrazza da quella che scenderà in casa, colui che si troverà nel campo da colui che tornerà indietro, la donna che macinerà il grano credendo in un solo Pane dalla donna che macinerà il grano per farne soltanto cibo della terra, colui che si troverà sul letto di morte confidando in Dio da chi si troverà sullo stesso letto confidando in se stesso. La trasmissione della Pace di Gesù da persona a persona, diviene dunque un segno potentissimo che apre alla Comunione ed è confermato dalla voce e dalla stretta di mano dei fedeli che seguono la logica di Dio e non più quella dell’uomo, quali cellule di Un Solo Corpo.

FRAZIONE DEL PANE
Il Pane che il sacerdote spezza sull’Altare prima o dopo la preghiera del Padre Nostro è, dunque, il miocardio spezzato del Cuore di Cristo. È la componente muscolare a spezzarsi insieme all’endotelio e al mesotelio di rivestimento, fino a rompersi definitivamente e fatalmente sulla Croce. Prima di comunicarsi al Corpo e al Sangue di Cristo e subito dopo la genuflessione, il sacerdote innalza per l’ultima volta l’Ostia consacrata e invita i fedeli a prendere parte al Banchetto eucaristico con le seguenti Parole: «Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».
In questa terza ed ultima elevazione delle Sacre Specie viene soddisfatto il desiderio espresso da Gesù nel Getsemani di riportare tutte le anime al Padre celeste. La prima elevazione del Calice e della Patena fa riferimento difatti all’offerta delle primizie della Terra che, con la Consacrazione, diventeranno il Sangue e il Corpo di Gesù Cristo. La seconda elevazione evidenzia la provenienza del divino contenuto dall’alto della Croce. Dei quattro tessuti fondamentali che compongono il corpo umano come anche il Corpo di Gesù, Vero Dio e Vero Uomo, a rompersi è il Suo Sacro Cuore e non le Sue ossa, gli epiteli o il tessuto nervoso. Per quanto tali strutture abbiano tutte pesantemente sofferto le violenti e crudeli torture che Gli sono state inflitte dal Getsemani al Calvario, passando per il Pretorio. La frazione del Pane, tuttavia, non divide Cristo il quale è presente “integralmente” in ciascuna delle sue parti e in ogni singolo macroscopico e microscopico elemento liquido e corpuscolato. Il Suo Cuore si lascia frantumare per raggiungere la realtà umana di ogni persona e poterla salvare al momento della morte fisica e spirituale nel peccato. Gesù salva a Cuore fermo e spezzato e, non a Cuore integro e battente.
Dunque, in ogni frammento di quel Cuore innamorato v’è la totalità di Cristo che, dall’alto della Sua infinita Misericordia, ha voluto donare all’uomo, a Cuore fermo e a Sangue sedimentato, un Fiume in piena che ha vivificato la morte. Esso, similmente allo scorrere impetuoso di una cascata, ha preso a scendere dall’alto della Croce donando Vita lungo la Sua discesa gravitazionale alla morte dell’umanità che giaceva oramai senza più speranza, sprofondata nel suo immenso peccato. Le mani e le Parole del sacerdote che si susseguono ad ogni Celebrazione eucaristica, continuano a donare al mondo il Cuore spezzato di Dio perennemente innamorato dell’uomo, senza che mai si consumi. Le stesse mani non hanno mai smesso di elevare e abbassare quel Calice materno, alzandolo verso il cielo in direzione del Pericardico squarciato di Cristo, in segno di Onore e Lode e per attingere da esso la Sorgente della vita. Ogni santità di ieri, di oggi e di sempre, attinge unicamente da questa Fonte di purissimo Amore Trinitario tutta la sua eroicità, essendosi nutrita all’Altare.

DIGIUNO EUCARISTICO
Privarsi volontariamente e deliberatamente dall’assumere alimenti almeno un’ora prima di ricevere la Comunione sacramentale, in accordo con le modalità preposte dalla Chiesa, ha un valore preminente ai fini del metabolismo fisiologico e spirituale del comunicando. Difatti, tale astensione permette, sul piano puramente fisiologico, un assorbimento pressoché completo delle sante Specie a livello cellulare e consente ai parenchimi nobili dell’organismo, che sono il cuore, il cervello e i reni, di trarne un immediato beneficio. Sono questi distretti, infatti, i primi a essere raggiunti e nutriti dalla santa Comunione. Il breve periodo di astensione dagli alimenti liquidi e solidi permette, inoltre, di velocizzare a livello gastroenterico il transito intestinale favorendo l’assorbimento del Sacramento che, una volta attraversata la parete intestinale ed essere passato in circolo mediante i capillari venosi, può agevolmente raggiungere innanzitutto i summenzionati organi e, dunque, l’intero organismo. Nel rispettare tale semplice norma dietetica, si evita la dolorosissima e oltraggiosa evenienza che parte dell’Eucarestia possa venire eliminata dal corpo del comunicando unitamente ad altri materiali di rifiuto, magari da poco ingeriti e finire così all’esterno del corpo piuttosto che all’interno delle sue cellule. Le sacre Specie, quando vengono assunte in modo appropriato, costituiscono per il credente la Fonte e il Ponte di connessione per la Vita Eterna nel Corpo del Risorto. Esse, una volta ridotte dai processi digestivi nelle componenti più elementari quali ad esempio gli zuccheri semplici e, “demolite” ulteriormente in molecole ancora più piccole, forniscono quella sorgente di energia che verrà utilizzata dalle cellule sotto forma di ATP. Il fedele sacramentato che ha assimilato il Corpo e il Sangue di Cristo, viene in tal modo “deificato” ed è a sua volta assimilato da Dio Padre, nella Potenza dello Spirito Santo, nel Corpo Mistico dell’Unigenito che vive in gestazione nel Grembo di Maria, rendendolo così partecipe già sulla terra delle dinamiche divine vigenti al Suo interno.

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COMUNIONE
Il Cuore di Gesù, con il Suo Sangue, costituiscono le vivande della Santa Cena. Il Banchetto eucaristico prevede come prima portata l’Ostia cui segue, come dopocena, il Vino, entrambi consacrati da un sacerdote ordinato. Molto spesso la Comunione è data nella sola Specie del Pane, avendo la Carne di Cristo al Suo interno anche il Sangue. La Specie del Vino è in realtà una Bevanda dal sapore battesimale. La Specie eucaristica del Vino, grazie all’aggiunta di quel piccolo quantitativo d’acqua, va posta in continuità con le Acque battesimali del Giordano nelle quali il Battista somministrò il Battesimo di immersione a Gesù. Il comunicando, nel momento in cui assume le Specie consacrate, viene inondato da dentro il suo canale gastroenterico dal Sangue e dal Corpo di Cristo. L’Eucarestia scende dunque dall’alto della sua cavità orale lungo la verticale serpeggiante dei tratti faringeo, esofageo, gastrico, duodenale e ileale per passare orizzontalmente, mediante l’assorbimento intestinale, nei vasi sanguigni e, dunque, all’interno delle cellule dei parenchimi nobili e dell’intero organismo. Il Vino del Signore transustanziato nel Calice gode la peculiarità di essere un Sangue morto e sedimentato che non conosce la corruzione, così come è morto ma non corrotto il Suo Cuore, spezzato e adagiato sulla Patena. Tutto ciò al fine di trasportare nella Morte espiatoria non decomposta di Cristo la morte in putrefazione di ogni anima bisognosa della Sua Redenzione e della Sua Salvezza. È morendo con Cristo che si Risuscita in Cristo ed è all’interno del corpo del comunicando, trasformato in un tabernacolo vivente, che la Resurrezione può avere luogo vivificando quanto era prima morto e sepolto. Se è vero che nel Corpo consacrato di Cristo v’è anche il Suo Sangue e che nel Suo Sangue consacrato v’è ancora il Suo Corpo, nelle cellule somatiche in esso disperse, si spiega allora il gesto del sacerdote che aggiunge al Vino versato nel Calice materno un piccolo frammento di Ostia Consacrata. Tale gesto conferma la provenienza intra-toracica di quel minuscolo e fondamentale frammento del Cuore di Dio che viene in tal modo immerso nel Suo Preziosissimo Sangue. Da quel piccolo Frammento, come da un minuscolo embrione, ha avuto sorprendentemente inizio la Gestazione fisica e spirituale della Chiesa Cattolica chiamata a galleggiare nel Sangue della Salvezza Universale, la Cui crescita nel tempo e nello spazio ha luogo non all’esterno bensì nei corpi sacramentati dei comunicandi, all’interno del Grembo santo e verginale di Maria, divenuta Madre della Chiesa e Madre universale di ogni Suo figlio.
L’espressione: “mea Domina” da cui avranno origine i titoli di “Madonna” o quello di “Mia Signora” e la formula laconica: “Totus Tuus” che significa “Sono tutto Tuo”, sono dunque esternazioni tipiche di quelle anime spasimanti d’amore che, nella consapevolezza di essere costantemente nutrite dall’Amore dell’Unigenito, desiderano con tali semplici attributi ringraziare la Madre che ha mirabilmente offerto tutta Se stessa e il Suo Grembo al Padre. Queste anime “spasimanti” indicano ai loro fratelli d’esilio in Maria la strada maestra e la certezza di potere assimilare per Suo tramite le Specie Eucaristiche, per venire da Esse assimilati nel Corpo Mistico del Risorto. È, infatti, grazie all’impetuoso scorrere del Fiume di Morte e di Vita sgorgato dal Costato trafitto di Cristo che la Chiesa viene continuamente generata e rigenerata, a Sua volta generando con il Battesimo e rigenerando con la Comunione e gli altri sacramenti le cellule figlie che la costituiscono. Questa divina e umana Realtà ecclesiale, un tempo con oculatezza definita “Teandrica”, non è un’opera soltanto umana bensì un autentico capolavoro umano e divino e, dunque, una Realtà peccatrice che accoglie tutti i suoi figli peccatori e nel contempo una Realtà santa nella divinità di Cristo e nella santità di Maria. I Suoi figli, santificati dall’Unigenito, vengono per Suo tramite consegnati alla Santità sovrana del Padre nella Potenza dello Spirito Santo. La Chiesa è quel ponte fisico e metafisico che Dio ha voluto dare agli uomini per potere unire nel presente eterno i vivi ai morti e i santi ai peccatori. Mediante i Suoi consacrati che, senza tregua, celebrano e consacrano sugli Altari eucaristici ciò che un tempo era ritenuto profano e impuro, Dio Padre in Cristo purifica. Il Dio della Vita ha così ucciso sacramentalmente ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo che, per mezzo dei comunicandi, continua a ricevere all’interno del Calice pericardico intra-mediastinico del Suo Cuore spezzato e che, mediante il Suo Costato trafitto travasa puntualmente nel Calice materno poggiato sulla Grande Tovaglia quadrangolare eucaristica. È con queste intenzioni che san Giovanni apostolo ha potuto accogliere sua Madre nella Chiesa, in ubbidienza al comando di Cristo morente.
Pertanto, la santa Comunione deve essere sempre e comunque considerata Comunione nelle due Sostanze consacrate, anche qualora sia somministrata sotto le sembianze di una sola Specie. Il Cuore senza il Sangue non potrebbe mai connettere in alcun modo i vari tessuti corporei e unirli emodinamicamente a Sé, attraverso la Sua implacabile azione ritmico-propulsiva sisto-diastolica. Così come il Sangue senza la forza propulsiva del Cuore non potrebbe scorrere lungo i vasi e i capillari sanguigni dell’Organismo per raggiungere e irrorare, al pari delle acque che defluiscono all’interno di un acquedotto, le periferie più estreme del Corpo Mistico che è la Chiesa. Alla luce di tali dinamiche ed emodinamiche antropologiche, fisiche e metafisiche, ogni singola particola che il comunicando assume acquista il significato di “Rendimento di Grazie” rivolto a Dio per averlo reso partecipe e protagonista di una così alta predilezione.
Nella santa Comunione l’uomo, che sia stato concepito o meno per vie naturali, che sia venuto alla luce individualmente oppure unito con almeno una parte del suo corpo sin dalla nascita ad un altro corpo, come nel caso dei gemelli monozigoti siamesi, diviene sacramentalmente e misticamente partecipe delle dinamiche presenti nel Corpo Mistico mediante il Sangue espiatorio di Cristo che scorre nel Cuore e nel Corpo immacolato della Vergine, pur mantenendo al Suo interno la propria individualità. A quanti poi non possono ricevere la Comunione sacramentale viene in soccorso la Comunione spirituale, che permette loro di partecipare, attraverso le tre facoltà dell’anima che sono l’intelletto, la memoria e l’affettività, alle suddette dinamiche fisiche e metafisiche di infinito Amore, comunque operanti.

RITI DI COMUNIONE
La Santa Comunione, centro della vita ed epicentro di ogni forma di esistenza visibile e invisibile, è nel contempo Cuore propulsore e Sangue che trasporta, distribuisce e difende l’Amore infinito che Dio nutre per l’uomo, donandolo gratuitamente ad ogni cellula visibile e invisibile della terra e dei cieli che incontra e che connette al Corpo Mistico. Pertanto, gli effetti benefici della Santa Comunione oltrepassano infinitamente ogni confine fisico ed ogni barriera architettonica o lasso di tempo legati al luogo e al fedele che l’assume. È questo il momento solenne della Celebrazione eucaristica in cui avviene nel corpo del comunicando l’incontro fisico e metafisico con i defunti di questa e di altre generazioni, che sono realmente presenti in quanto parti costitutive del Corpo e del Sangue di Cristo. Nel riceverla sacramentalmente ci si dispone ordinatamente in fila indiana, assumendo una disposizione simile a quella assunta dagli eritrociti all’interno dei capillari alveolari, nell’interfaccia aria-sangue dei due polmoni. La possibilità di somministrare la Comunione sotto forma di Viatico ai moribondi, la distribuzione delle Ostie consacrate agli infermi e l’Adorazione eucaristica, sono ulteriori manifestazioni di grazia che la Chiesa di Cristo ha offerto sin dalle Sue lontane origini ai fedeli. Il Cuore pulsante della Chiesa e il Cuore pulsante del Corpo Mistico sono un Unico Cuore che batte all’interno del Grembo di Maria, all’unisono con il battito del grande Cuore di Dio e del grande Cuore dell’Assunta. È da questo infinito Amore che nasce la consuetudine di conservare le Ostie consacrate all’interno dei Tabernacoli, per poterle distribuire all’occorrenza anche al di fuori della Celebrazione. Il celebrante, dopo aver distribuito la Comunione ai fedeli e avere bevuto il Sangue di Cristo, nel riporre eventuali particole avanzate nella Pisside, versa nel Calice vuoto dell’acqua che attinge ancora una volta dall’ampollina. Con tale acqua, mediante opportune manovre rotatorie, egli deterge accuratamente le pareti della Coppa, rimuovendone con estrema attenzione ogni residuo di Vino e di Pane consacrati eventualmente presenti prima di berla. Nello stesso Calice deterge minuziosamente anche la Patena e, in ultimo, mediante un apposito fazzoletto denominato purificatoio asciuga prontamente le pareti interne e il fondo della Coppa. Il Calice è il segno tangibile della presenza di Maria sull’Altare eucaristico, vale a dire di Colei che è stata scelta dal Padre celeste quale contenitore eletto del Divino Contenuto. L’impiego del purificatoio testimonia che Maria non trattiene nulla per Sé del Sacrificio espiatorio appena consumato, neppure una piccola goccia o un frammento di Pane, lasciando che tutto passi e scorra a valle, a beneficio dei Suoi amatissimi figli della cui Salvezza Ella è il tramite prescelto.

BENEDICTUS
L’inno di Zaccaria costituisce un preziosissimo arco di collegamento tra Vecchio e Nuovo Testamento, tra il prima e il dopo, tra il Battesimo nelle Acque e il Battesimo di Sangue e Acqua, tra ciò che fu profeticamente annunciato e quanto è stato pienamente realizzato.

MAGNIFICAT
L’inno che Maria eleva a Dio è intriso di Parole che fuoriescono dal profondo del Suo Cuore di Madre di Dio e Madre di tutti gli uomini, dunque in prefigurazione della Maternità universale che riceverà da Cristo ai piedi della Croce. Nel Magnificat, Maria esprime dunque la Sua Figliolanza nei riguardi di Dio Padre, la Sua fedele Sponsalità con lo Spirito Santo e la Sua Maternità divina nella Chiesa. Le Sue Parole sovrastano in dignità, spessore e contenuto qualsiasi altro componimento che sia stato o potrà mai essere prodotto da uomini, angeli o santi. Tutte le generazioni e le popolazioni di Acqua, di Sangue, di Terra e di Cielo La chiameranno Beata perché ciascuna anima La riconoscerà come Madre, così come ogni angelo La riconoscerà sua Regina!

RITI DI CONCLUSIONE

BENEDIZIONE E INVIO
Entrambi, Benedizione finale e Invio, sono esortazioni ad uscire fuori dagli spazi e dal Presente eterno in cui ha avuto luogo la Celebrazione eucaristica, per trasmettere quanto si è ricevuto alle anime dei vivi e dei morti, iniziando dalle persone che si incontrano nel quotidiano. Pertanto, entrambe le esortazioni svolgono la funzione di confermare al credente il ruolo primario che egli riveste sulla terra, incoraggiandolo nel saper comunicare al prossimo i frutti spirituali e materiali del Sacrificio espiatorio pagato da Cristo. Il Vangelo è garante della Presenza di Gesù in mezzo agli uomini fino alla fine dei tempi. La Benedizione finale, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, congiuntamente all’Invio e all’invito a divenire testimoni autentici e fedeli della Resurrezione, in ogni circostanza e prova della vita, rappresentano la seconda parte della Benedizione e dell’Invio impartito da Gesù ai Suoi discepoli, al momento dell’Ascensione.

CENNI AD ALCUNI ELEMENTI LITURGICI E STRUTTURALI

ICONOGRAFIA DEL CROCEFISSO
L’artista che ha volutamente utilizzato soltanto il legno o altro materiale per la sua rappresentazione, scegliendo di non riprodurre fisicamente Gesù, verosimilmente vuole rimandare con la Sua opera al momento della Deposizione dalla Croce. La croce latina è un segno del dopo morte, dal momento che erano i crocefissi a portare sulle spalle il patibolo. Laddove invece il Crocefisso è comprensivo della Persona di Gesù, trafitta e inchiodata nel legno, lo scenario a cui rimanda evoca i momenti successivi alla Sua morte, ancor più se è stata riprodotta la ferita al Costato destro. Qualora il capo di Gesù non sia reclinato, bensì con il viso rivolto in alto, il contesto al quale rimanda è l’agonia di tre ore che ha preceduto la Sua Santa Morte.

IL FONTE BATTESIMALE
È la vasca presente all’interno dei Battisteri e delle Chiese. La forma e le dimensioni sono variabili, mentre le sue Acque sono utilizzate da un ministro ordinato della Chiesa al fine di amministrare ai battezzati e ai catecumeni il sacramento del Battesimo, per infusione o per immersione. Il Fonte battesimale rimanda al Grembo immacolato di Maria, al Cui interno si trovano le acque amniotiche che avvolgono e proteggono il Corpo Mistico per tutto il tempo della gestazione. Le acque presenti nel Suo Grembo, dilatato e verginale, rappresentano tutte le acque descritte nella Sacra Scrittura, da quelle della prima Creazione in cui aleggiava lo Spirito di Dio, Suo Sposo, a quelle plasmatiche della seconda Creazione e Ricapitolazione nel Sangue sedimentato di Cristo. Tra questi due estremi il Grembo immacolato di Maria, con composizioni e osmolarità diverse a seconda del trimestre di gravidanza, contiene nel Fonte battesimale ogni singola goccia delle acque del diluvio universale; quelle del fiume Nilo dove Mosè venne adagiato; quelle del paese d’Egitto trasformate in Sangue; le acque dell’attraversamento del mar Rosso da parte del popolo di Israele sotto la guida di Mosè; quelle di Massa e Meriba; quelle del torrente dello Jabbok; quelle del fiume Giordano ai tempi del profeta Eliseo e di Naaman il Siro; quelle del fiume Giordano attraversate dal profeta Elia e quelle del medesimo fiume dove san Giovanni Battista battezzò il Salvatore. In particolare, il Giordano nasce dal monte Hermon e, dopo avere raggiunto il mare di Galilea e avere bagnato ben cinque stati distinti, sfocia nel mar Morto. Il Grembo di Maria, in tale contesto geografico e in accordo con una lettura spirituale allegorica della Rivelazione, diviene anch’esso luogo di contrapposizioni e di discordanze, così come anche Sede eletta delle riconciliazioni e dei consensi eterni. Il Grembo di Maria è difatti la vera Terra promessa di ogni cammino e crescita spirituale. Al Suo interno tutte le acque del passato si fanno presenti intorno e dentro al Corpo Mistico e riprendono vita nelle Acque Battesimali che l’avvolgono. Al Suo interno il Corpo Mistico del Figlio, che è la Chiesa, gode di una circolazione embrionale e fetale doppia e incompleta, al fine di consentirne una crescita lenta e progressiva. Gesù Risorto è Asceso al Padre e la Sua Seconda Venuta è già in atto, dal momento che ci ha incorporati tutti mediante il Battesimo d’acqua del Giordano, nel Grembo di Sua e Nostra Madre e ci ha tutti Redenti attraverso il Battesimo nel Suo Sangue. Adesso vuole salvarci tutti proponendoci la Sua Resurrezione di Vita. È per la nostra ostinazione e inveterata propensione a morire nel peccato che Gesù continua a venire, per la Seconda Volta, ad ogni Celebrazione eucaristica. Egli siede su un’enorme processione di anime di nostri fratelli che, come nubi nel cielo, continuano senza sosta ad ascendere al Padre celeste, impalpabili come vapore acqueo. La Parusia, nell’accezione cattolica, restituisce pienezza al suo significato originario platonico nel senso di “Presenza” di Gesù nell’Eucarestia e per Suo tramite in mezzo agli uomini di ogni tempo, fino alla fine dei tempi e dunque compimento delle precedenti Teofanie.

L’ACQUASANTIERA
È un recipiente di varia forma posto generalmente all’ingresso della Chiesa, contenente l’Acqua santa. Rappresenta per il fedele, che entra o che esce, un solenne invito a soffermarsi sul valore profondo che le acque rivestono nella vita di Fede. L’invito a segnarsi nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con le dita della mano destra inumidite nell’Acqua santa, rimanda alla sua incorporazione nel Grembo di Maria mediante il Battesimo di immersione nelle acque del Giordano, sacramento che costituisce la porta d’ingresso nella vita della Fede. Il rimando successivo è alle acque presenti nel Pericardio di Cristo crocefisso e, più precisamente, alla componente plasmatica che galleggia al Suo interno su quella corpuscolata. Ogniqualvolta il fedele entra ed esce dalla Chiesa, è invitato a rivedere tutta la sua vita racchiusa tra le acque del Battesimo del Giordano, il primo dei sette Sacramenti grazie al quale ha ottenuto la liberazione dal peccato originale e le acque del Battesimo di Sangue che ne è il compimento, grazie al quale ha ottenuto la remissione, il perdono e l’assoluzione dei peccati e, dunque, la Redenzione e la Salvezza. In virtù di tale compimento il fedele ha la consapevolezza di essere passato dalla condizione di “figlio dell’uomo” alla nuova realtà di “figlio di Dio”. Mediante il segno di Croce che esegue con le dita inumidite ricorda, dunque, il primo “lavacro di Rigenerazione” attraverso cui fu transitato dalle acque della morte alle Acque amniotiche della vita, che lo hanno visto incorporare come neo-battezzato nel Corpo Mistico in gestazione nel Grembo di Maria. Il medesimo segno gli ricorda altresì il secondo “lavacro di Espiazione” mediante il quale è stato Redento e Salvato dal Sacrificio espiatorio che Cristo ha pagato per lui. A cagione di ciò sarebbe opportuno non lasciare mai l’Acquasantiera priva dell’Acqua santa.

IL TABERNACOLO
È una struttura solitamente poco distante dall’Altare, in cui si custodiscono gelosamente le Ostie consacrate che non sono state consumate durante la Celebrazione eucaristica. Il tabernacolo, impreziosito sia all’interno che all’esterno con decorazioni e materiali preziosi, può essere considerata la “dimora provvisoria” del Corpo di Cristo nella quale Gesù sacramentato viene puntualmente deposto, in attesa di vivificare la vita dei fedeli alla prossima Celebrazione o al di fuori di essa. Il tabernacolo diviene pertanto figurazione del sepolcro nuovo, che Giuseppe di Arimatea aveva fatto scavare in una roccia poco distante dal luogo della Crocefissione. La roccia simboleggia la Parola granitica di Dio che va scavata in profondità, per edificare un Sepolcro nuovo nel quale deporre il Corpo di Cristo che, detto in altri termini, costituisce un invito a rileggere la Sacra Scrittura in Lui. Il tabernacolo, la cui collocazione è fondamentale nella disposizione architettonica interna di una Chiesa, diviene anche il simbolo del Grembo gravido di Maria che in sole quaranta ore riceverà in gestazione il Corpo Mistico dell’Unigenito. Il segno di Giona profeta rappresenta l’espressione visibile della discesa agli inferi con la conseguente liberazione delle anime che erano prigioniere e che continueranno a lavorare per il Regno di Dio. Con tale segno fu preannunciato mediante il grande cetaceo degli oceani, un mammifero come l’uomo, la Resurrezione di Cristo e delle anime degli inferi. I pesci sono il riflesso della fase acquatica della vita di ogni uomo. Sono anche gli unici animali che sopravvissero al diluvio universale pur non essendo entrati nell’Arca di Noè. Essi infine, insieme ai pani, sono i principali attori della prefigurazione del Mistero eucaristico nei due episodi che descrivono la moltiplicazione dei Pani e dei Pesci. San Pietro, nella seconda lettera a lui attribuita, afferma come dinanzi al Signore un giorno equivalga a mille anni e mille anni a un solo giorno, lasciando evincere come i tempi degli uomini non siano i tempi di Dio. Ogni comunicando è il grande Cetaceo, dominatore delle profondità oceaniche del mistero umano embrionale e fetale che, nel prendere l’Eucarestia, libera Giona profeta in tutte le anime riluttanti e prigioniere. Egli è ancora quel sepolcro nuovo non imbiancato, scavato nella roccia granitica della Parola di Dio, che custodisce gelosamente il mistero da poco compiutosi sul Golgota. Così come è ancora lui quel tabernacolo “marianizzato”, collocato nei pressi dell’Altare, sempre pronto a dare Cristo ai fratelli, dentro e fuori dalla Celebrazione eucaristica. Il comunicando è tutte queste cose insieme, dal momento che il giardino della sua corporeità redenta e santificata si è realmente avvicinato alla sua anima al punto da potere osare chiedere al Padre Onnipotente, per bocca del celebrante, di venire trasformato in un “sacrificio perenne” a Lui gradito. La grazia santificante dei Sacramenti, unitamente alle opere di misericordia corporale e spirituale compiute dal credente, possono realizzare questo inimmaginabile prodigio.
La prima Tenda dell’Alleanza, che per anni rappresentò per il popolo ebraico in cammino il più solenne e valido supporto in movimento, costruita con materiali e tessuti idonei per la custodia ed il trasporto nel deserto dell’Arca, fu trasformata da Salomone in un imponente edificio le cui fondamenta spiccavano sul monte Sion ed il cui nome era: Tempio di Gerusalemme. L’embrione umano, dalla regione desertica delle tube uterine, è anche lui passato nel territorio montuoso e irrorato del Sion uterino dove si è impiantato e ha affondato le sue radici nel miometrio per dare luogo alla costruzione, allo sviluppo e alla crescita del Tempio umano tripartito con i tre sacrari del capo, del torace e dell’addome. Il primo Tempio fu realizzato da re Salomone, venne demolito una prima volta e ricostruito per la seconda volta da re Erode il grande e, da questi, ampliato. Distrutto nuovamente, si presenta oggi come una grande spianata in cui si ergono tre separate Moschee ed altri edifici minori. Il muro del pianto occidentale è ciò che resta del Tempio. Il primo Tempio umano, costruito dalla Sapienza e dalla Scienza di Dio, dopo essere stato demolito una prima volta dal peccato originale venne ricostruito dall’Amore misericordioso del Creatore per essere, infine, ampliato dall’uomo Noè. Raggiunto il culmine del Suo splendore in Gesù, fu nuovamente distrutto, crocefisso e trafitto dal fendente del soldato che lo colpì a occidente, nel muro toracico. Con Cristo, solo il Tempio umano conobbe la morte e la Resurrezione, perché il Corpo e il Sangue di Dio non conobbero la corruzione. Da quel muro toracico trafitto a occidente, sgorgò in piena il Fiume della morte che vivificò nella Sua Morte ogni decesso, versandosi alla fine della sua corsa nel Calice materno quale sorgente di Vita eterna. La Tenda della vecchia e prima alleanza era stata trasformata nel Calice di una Nuova ed Eterna Alleanza.

L’AMBONE
Nelle Chiese paleocristiane e romaniche si identificava come una struttura sopraelevata da cui venivano proclamate le letture, il vangelo e l’omelia. Il termine deriva dal greco ambon, ad indicare una superficie convessa dalla quale, come da un grembo gravido e prominente, viene partorita la Parola di Dio per essere, infine, donata all’assemblea.

IL PORTALE
È la porta di ingresso principale di una Chiesa. In epoca medievale assumeva un aspetto monumentale.

LA PORTA SANTA
È una porta tenuta murata per gran parte del tempo che viene aperta “esclusivamente” in occasione di un Giubileo ordinario o straordinario. Si tratta generalmente della porta secondaria di una Basilica. Nell’attraversare la sua soglia, oltrepassandone gli stipiti e l’architrave, il fedele può ottenere per sé o per altre persone, vive o morte, l’indulgenza plenaria dei peccati nel rispetto delle condizioni prescritte dalla Chiesa. Si tratta di un momento unico nel quale è possibile ricevere grazie eccezionali che vengono elargite da Dio, limitatamente a quel particolare periodo, ai Suoi figli vicini e lontani che abbiano deciso di uscire dal muro dell’isolamento, della chiusura e del rifiuto dell’Amore di Cristo. Tale lasso di tempo è interamente dominato dall’Abisso della Misericordia di Dio, ha generalmente la durata di un anno ed è anche conosciuto con il nome di “anno santo”, “anno giubilare” o “anno di grazia del Signore”.
«Il fedele che crede di avere conosciuto Gesù parla del Suo infinito Amore pur mantenendo ancora vivi i sentimenti della paura e del timore. Il comunicando che ha ricevuto Gesù Eucarestia diviene parte viva del Suo Corpo, del Suo Sangue, della Sua Intenzionalità e del Suo Cuore. Non conosce più la paura ed è pieno di zelo e di pacato ardore. Il soldato che dapprima combatteva da solo, dopo la Comunione si trasforma in un centurione capace di combattere per mare, per terra e per cielo sotto le disposizioni dell’Arcangelo Michele. La pecora fuggita dal gregge, timorosa di brucare, dopo la Santa Messa incute terrore al predatore e, nel fare ritorno all’Ovile, sorprende il pastore. La pietra diroccata del Tempio, dopo l’Eucarestia, diviene Cattedrale di luce, di pace e di splendore. L’uomo tronfio di certezze e di ricchezze, dopo la Celebrazione eucaristica diviene compagno nella sofferenza e amico nel dolore. Il defunto che è stato salvato dal Sacramento, riprende vita, risuscita, digiuna e profetizza vestito di sacco e pieno di passione».
«È fondamentale sottolineare, ancora una volta, come prima di ogni cosa e, dunque, ancor prima della Celebrazione eucaristica, il credente debba anteporre nella propria vita di Fede subito dopo il Battesimo, il Sacramento della Confessione o della Riconciliazione o della Penitenza. Finché non sarà maturato nella mente, nel cuore e nell’anima del credente il desiderio ardente di ricevere nel confessionale la riconciliazione con Dio, attraverso un ministro ordinato della Chiesa, sarà impossibile parlare di crescita spirituale. È bene sottolineare, altresì, l’enorme dono elargito da Gesù a ciascun uomo, avendo Egli stesso pagato con l’offerta della Sua Persona l’intero prezzo del peccato del mondo. Con la Sua Morte in Croce ha, infatti, espiato e ottenuto per ciascun uomo e per l’intera umanità la remissione dei peccati. La sete che avvertì in modo così straziante sulla Croce, scaturì dalla sete dei nostri peccati non ancora confessati sebbene già da Lui espiati. Mediante il sacerdozio ministeriale della Chiesa è dato al penitente di potere ottenere, nel confessionale, l’assoluzione dei peccati. Si ricorda altresì che l’assoluzione cancella la colpa e non le conseguenze del peccato che consistono nelle “pene temporali”. Cristo, morendo sulla Croce, si è assunto tutte le colpe dell’umanità lasciando le conseguenze dolorosissime dipendenti dal peccato al fine di rispettare la libertà del singolo peccatore. Per poter rimuovere le pene temporali, a quanti tra i credenti desiderano tale rimozione per sé o per altri, la dottrina delle indulgenze ha concesso una rimozione “parziale” di tali dolori o “totale”, sia per i vivi che per i defunti. Nel caso della rimozione totale, anche conosciuta come indulgenza plenaria, può essere ottenuta da Dio a modo di suffragio la remissione delle pene temporali inflitte al defunto che, persistendo anche nel Purgatorio, determina istantaneamente il passaggio di quell’anima in Paradiso. La Grazia di avere ottenuto la rimozione totale delle pene temporali permette dunque a tale anima di potere passare dal desiderio di Dio alla visione beatifica di Dio. Non vi sono preghiere, né indulgenze, né suffragi, né assoluzioni per gli angeli decaduti e neppure per le anime dei dannati che muoiono nell’impenitenza finale. In merito agli angeli decaduti, per avere essi definitivamente e istantaneamente detto no all’Amore di Dio dall’alto della loro più alta contemplazione e vicinanza creaturale con il Creatore. In relazione alle anime dei dannati, per avere esse liberamente ed ostinatamente rifiutato, nonostante la piena avvertenza e la consapevolezza di persistere nel peccato grave, la remissione dei loro peccati unitamente alla redenzione e alla salvezza operate da Cristo».
È stato detto all’inizio, trattando delle campane, come sia il corpo delle stesse a vibrare nel produrre il suono. A tal proposito l’autore ha percepito personalmente, nel silenzio e in più occasioni durante la stesura di queste pagine, il vibrare delle sue cellule a contatto con il battacchio della Parola.

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